Artisti che decisero di fare da sé: 25 anni di Image

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In questi mesi 25 anni fa negli USA si verificò, a mio modo di vedere, uno degli eventi più importanti per l’industria della carta stampata, penso almeno degli ultimi anni a questa parte.
Oggi la carta stampata è quasi morta, ma allora accadde una cosa che ha del pazzesco se ci pensiamo oggi.
I principali artisti della Marvel, gente che faceva vendere quasi un milione di copie per albo da 1,99$, sbatteva
la porta in faccia ad una delle maggiori case editrici del mondo per inseguire quello che noi chiamiamo sogno americano.
In tre sbatterono la porta in faccia alla Marvel: Rob Liefeld, Todd McFarlane e Jim Lee tre mostri sacri del fumetto americano, persone che hanno innovato in modo rivoluzionario lo stile il modo di disegnare e concepire i fumetti uscendo dall’accademismo un po’ stereotipato e smontato dalle opere di Roy Lichestein durante gli anni della Pop Art.
Insieme a disegnatori del calibro di Erik Larsen, Marc Silvestri, Whilce Portacio e allo scrittore Jim Valentino con la Image Comics
dimostrarono che il concetto modernista de” l’arte per tutti” e il “self made man” potevano camminare mano nella mano
nel sogno americano.
L’arte e la capacità dei singoli uomini potevano rivaleggiare di fatto con le capacità industriali di una multinazionale:
un Davide che sfida a mani nude con fionda e un sasso un Golia bardato e invincibile.
Nel 1992 questi artisti diedero vita alla Image Comics con presidente Todd McFarlane, poi ideatore della casa di giocattoli iperrealistici McFarlane Toys,
ma famoso per aver creato le ragnatele “a spaghetto” dell’uomo ragno.
Allora ero un ragazzino quando lessi questa storia, quando leggevo gli ultimi albi degli X men disegnati dalla coppia Lee-Portacio, ma anche se facevo le medie capivo che era una cosa davvero pazzesca.
Non so se ci si rende conto, dei disegnatori di fumetti, gente che fa roba per sfigati parliamoci chiaro, riusciva a far guadagnare quasi 2milioni di dollari ogni mese per un albo
di 32 pagine di cui 10 di pubblicità: 22 tavole disegnate equivalevano a due milioni di dollari solo negli Stati Uniti.
E questo ogni mese.
Una roba davvero fuori di testa se pensiamo che oggigiorno con i film i supereroi sono entrati nell’immaginario e vedere un tomo di fumetti di quel genere nelle librerie non è considerato un tabù, perché ricordiamoci che parliamo sempre di maschi ipertrofici che girano perlopiù in calzamaglie aderenti e colorate.
Ma il dato industriale è interessante credo segni una sorta di confine tra quella che è la grande cultura industriale della carta stampata del novecento.
Milioni di copie vendute per i giornali, milioni per i grandi classici della letteratura, milioni per i fumetti allora.
E non è un caso se una serie televisiva, la serie televisiva comica di maggior successo degli ultimi anni sia The big bang theory, perché affonda le radici
in quel sogno di carta in cui tanti ragazzi della mia generazione sono cresciuti.
A molti titoli come Spawn o Wildcats diranno poco o nulla, ma questi eroi di carta erano e forse sono ancora la dimostrazione
che alla fine se c’è un terreno favorevole e il consenso popolare le idee possono diventare profitto e anche migliorare la vita della gente.
Pensate a quante persone oggi adulte sono state felici in giornate tristi leggendo una copia di Withcblade vedendo una bella ragazza come Sara Pezzini.
Certo sono fumetti, nulla di che, cose che si leggono sul treno o in bagno.
Ma come un caffè dopo un pasto o una sigaretta possono migliorare la giornata che era iniziata male e finita peggio.
Le possibilità sempre crescenti offerte dal Mercato Diretto sono state alla base del successo negli anni novanta della Image Comics e delle altre case indipendenti (ma anche delle major DC e Marvel, diciamocelo).

Con il diffondersi delle fumetterie, librerie specializzate, anche una piccola casa editrice può lanciare sul mercato un nuovo prodotto già sapendo anticipatamente quanto è stat prenotato dai negozianti evitando il rischio della resa del materiale invenduto e la gestione di un magazzino, che è finanziariamente una perdita.

Oggi viviamo nell’era dove la carta ha un ruolo marginale e secondario, anche se è la spina dorsale per questo tipo di industria.

Mi chiedo se il circo mediatico del giro cinematografico sarà la causa di una nuova rivoluzione come quella avvenuta 25anni fa con la Image.
Sarà perché sono cresciuto ma dal 2003 sporadicamente compro qualche albo. Sarà perché la qualità si è abbassata, sarà perché quello spirito è sparito.
Credo che quel mondo sia stanco e che in effetti spetti alla generazione nata tra gli anni ’80 e ’90 prendere il testimone e trovare nuove vie.
Stiamo parlando di fumetti e di sogni di carta, passatempi, chiaro.

Ovviamente vendere tante copie non vuole dire sinonimo di qualità, ma probabilmente un legame c’è, perché se una cosa è brutta generalmente non se la fila nessuno.
Ma ripeto, stiamo parlando di industria, di mercato, di editoria. Ci sarà ancora un’epoca in cui 5-6 albi con 22 tavole disegnate varranno 10 milioni di dollari al mese per la casa editrice che li produce?

L’interrogativo c’è, ma io credo che i ragazzi di domani meritino di sognare come l’ho fatto io quando avevo 12 anni.

Berlin Blues – Alice Phoebe Lou – Lyrics

It Ruffled up my feathers and it barked right up my tree
When Suddenly it seemed all the fingers were pointing on up at me
And the footsteps in the sand
And we are were all getting
Washed up by the sea
To leave me in stitches
Bursting at the seams
Bursting at the seams

When the sun came out to greet me
I only saw the wolves from my dreams
This is my Berlin blues song
Sometimes life can get a little wrong
But it won’t be long
‘Cause it just makes me strong

And there is a place where we one day
Would delve where there no more walking on eggshells
Where ideas are for free
OH! It’s the place to be
A great mind’s no longer the minority

I’ll see you there with your hands in the air
Where the canvas is bare
And there’s no more despair
And your third eye would stare
Nothing can compare
not want care
and I’ll see you there

I’ll see you there
I’ll see you there
I’ll see you there
I’ll see you there

This is my Berlin blues song
Sometimes life can get a little wrong
But it won’t be long
‘Cause it just makes me strong

there is a place where we one day
Would delve where there no more walking on eggshells
Where ideas are for free
OH! It’s the place to be
A great mind’s no longer the minority

I’ll see you there with your hands in the air
Where the canvas is bare
And there’s no more despair
And your third eye would stare
Nothing can compare
not want care
and I’ll see you there

I’ll see you there
I’ll see you there
I’ll see you there
I’ll see you there

This is my Berlin blues song
Sometimes life can get a little wrong
But it won’t be long
Cuz it just makes me strong

La storia progressiva e il rapporto tra l’uomo e l’idea che si è fatto di Dio

Da alcune settimane la bioetica è tornata all’ordine del giorno nella cronaca italiana.

Il tema è sempre quello de “il corpo è mio e lo gestisco io”.

Principio largamente condivisibile, ma che non può essere semplificato e ridotto a stereotipi e banalizzazioni come succede di questi tempi.

Personalmente credo che si debba fare una distinzione molto seria e forte tra quello che è il fine vita e il rapporto con l’accanimento terapeutico e il resto del campo bioetico, perché la fine della vita e il principio della vita stessa sono cose diverse e vanno trattate in modo diverso.

Vita e morte sono cose distinte e se ciascuno in potenza può decidere della sua vita, intesa come morte, non è vero il contrario. È talmente precaria la condizione dell’anima nel corpo corruttibile, che non è più facile vivere che morire.

Il rapporto tra corpo, la sua gestione e la sua potenzialità è soggetta al libero arbitrio del proprietario, ma oggi la questione si arricchisce e diventa ulteriormente complessa nel momento in cui la complessità del mondo e gli sviluppi della tecnologia hanno aperto nuove porte.

Porte che se aperte troppo possono andare a ledere la libertà e la dignità dell’altro.

L’attualità ha portato alla ribalta la questione della gestazione per altri, “l’utero in affitto” che mette al centro la ridefinizione dei ruoli con una distinzione tra la genitricità e la genitorialità, la riduzione del concepimento ad asettico atto formale, possibile perché la tecnica lo permette e quindi ridotto a mercificazione, cioè una riduzione a transazione commerciale di un corpo, per alcuni il massimo dell’espressione della libertà per altri del tutto inaccettabile.

Questo perché il principio di famiglia per alcuni è semplicemente un fatto privato, e quindi gestibile all’interno di una scrittura privata, tra cittadini consapevoli e consenzienti, per altri invece la famiglia e la vita stessa fanno parte di un mos- ethos-costume e quindi la famiglia è pur sempre la cellula minima dello stato e perturbazioni in quell’ambito possono riguardare la collettività e in particolare l’opinione pubblica, in particolare sui ruoli di ciascuno.

Ma la questione è ben più ampia del fatto che i conflitti e le i problemi (anche legati alla procreazione) si risolvano con il liberalissimo principio del lassez-faire. Le cose sono più complesse.

Complesse e non riducibili ad una transazione economica, ad una mera questione commerciale o ad un fatto privato.

Perché se tutto è permesso, se tutto è lecito perché è possibile, cosa ci impedisce l’applicazione delle più fantasiose quanto eticamente discutibili ricombinazioni genetiche?

Perché il punto è anche questo e se ne parlava già trenta anni fa e su questo si interrogava Alexander Langer, incompreso dagli ambienti libertari e radicali nei quali aveva militato.

Quale è quindi il confine che si può superare?

Tutti questi sono temi sui quali ancora ci si interroga; da un lato le tecniche di procreazione assistita al di là di convinzioni religiose o pensieri libertari assoluti si ricollegano inevitabilmente al grande tema che dai tempi della rivoluzione scientifica e del pensiero razionalista ci accompagna.

L’uomo fin dove è giusto che si spinga ad applicare le conoscenze che ha acquisito durante e sulla vita?

La speculazione scientifica non deve avere limiti, ma l’applicazione della scienza deve averne? Probabilmente sì.

Nella ricerca della verità non tutto ciò che si apprende è legittimo mettere in pratica,

Fra pochi anni sarà possibile il trapianto di testa (o di corpo) e già oggi è possibile creare in provetta chimere genetiche. Esseri viventi che hanno arti e organi di un animale e altri di un altro. Farla con l’uomo è vietato. Così come la clonazione. Per ora.

Perché però? (Per me è chiarissimo, come è chiaro perché altre cose sono vietate.)

Posso fare ciò che voglio del mio corpo e del mio codice genetico, ma fino a che punto?

Se ognuno è libero di fare quello che vuole del proprio corpo, non è libero di fare ciò che vuole anche del proprio DNA anche nella malaugurata ipotesi di creare delle creature sventurate?

La vita nasce perché c’è la possibilità di farlo?

Se uno ha la capacità economica di permettersi quello che vuole, può fare ciò che vuole?

“Perché reggere in vita | chi poi di quella consolar convenga? | Se la vita è sventura, | perché da noi si dura?” 

La porta dietro la quale è celata la verità può fare tabula rasa delle speranze, un vaso di Pandora nel quale si rischia di perdersi ciò che di positivo e altruista l’uomo ha fatto attraverso la pulsione ad un ideale.

Aprire quella porta è molto rischioso non solo perché mette l’uomo al pari dell’idea che l’uomo, anche quello ateo, si è fatto di Dio, ma perché in questo modo è proprio vero il contrario, perché così facendo si mette l’idea del divino al pari di un uomo, un uomo che sostituendosi all’idea che ha del Dio che sperimenta sulla e con la vita solo e semplicemente, perché può. Non il principio cristiano nel quale il Dio si fa uomo e sente come lui il loro, ma un dio che si comporta come farebbe un uomo se avesse la possibilità di fare ciò che vuole.

In questo modo l’uomo non si eleva, ma perde la sua stessa pietà, il concetto teologico di pietas.

E allora non uomo, non dio, ma solo una sorta di demiurgo che gioca col fango creando Adamo, un “Totum unum et ex uno omnia”, in una sorta di transumanesimo disumanizzato.

Un demiurgo (un gruppo di demiurghi) che può fare quello che vuole della vita e con la vita perché ha la capacità intellettiva ed economica, ed un umanità che soccombe di fronte a questi individui tecnocratici e potenzialmente capaci di ingannare la morte.

L’illuminismo prima e poi il socialismo e il movimento operaio tentarono ciascuno a loro modo di superare le ingiustizie sociali, di cercare di creare un “paradiso in terra”, secondo l’idea che si potesse tendere al miglioramento della società perseguendo la giustizia e appunto il disegno divino anche in questo mondo e in questa vita.

Feuerbach immaginava che l’idea che l’uomo avesse del divino non fosse altro che un’idea dell’uomo elevata alla perfezione. La negazione del mondo terreno a favore di uno ideale in cui è presente la propria essenza fuori di sé non ha però un’influenza negativa sullo sviluppo della società umana. Essendo la proiezione della propria essenza ora in Dio, l’uomo che non possiede più tale essenza, che ha sede in un altro mondo, ha cercato di rendere il mondo in cui vive simile a quello ideale che ha immaginato e questo ha portato al progresso.

Il progresso inteso come la volontà di tornare all’età dell’oro, all’Eden. Ma una volta giunti all’albero della conoscenza del bene e del male si rischia di commettere un peccato ben maggiore di quello originale.

Se la religione o meglio la religiosità è la prima prova indiretta che l’uomo ha di sé, venendo meno questa consapevolezza, viene meno la coscienza di sé e il voler perseguire in una coscienziosità.

Ciò dimostra che se questa tensione viene allentata, perché l’uomo si sente in un qualche modo “arrivato”, anche la storia smette di essere progressiva e la società si ferma in un vicolo cieco. Una società senza coscienza, succube del suo stesso tempo e incapace di interrogarsi.

Se viene meno quell’idea, derivata dal sincretismo elleno-giudaico, viene meno sicuramente ogni riferimento al cristianesimo, ma anche ogni valore su cui si poggia il pensiero occidentale.

E se la verità fosse quella, allora nessuna giustizia, nessuna speranza di riscatto sociale o di redenzione cristiana è possibile, così come la giustizia non è cosa dell’altro né di questo mondo.

La vita è e resta un mistero,  nel senso puramente etimologico (Dal lat. mysterium, dal gr. mystḗrion, der. di mystḗs ‘iniziato’, der. di mýō ‘sto chiuso’ •sec. XIV.) Un mistero che è qualcosa di talmente complesso che per poter provare solo a percepirlo non possiamo che socchiudere i nostri occhi di fronte quella che a tutti gli effetti resta una cosmogonia.

la moda delle gonne lunghe e letteratura horror: come riconoscere i momenti storici senza conflitti

Sì, magari pare sia solo una coincidenza ma nella storia del XX secolo è accaduto che nei ruggenti anni venti nacque con Poe e Lovecraft la letteratura orrorifica, una vera novità per quello che era il romanza d’appendice e che però essendo metabolicamente connesso con il sentire comune dell’epoca probabilmente vivificava e materializzava le paure oscure e nascoste della popolazione che usciva da una guerra di dimensioni globali.

Creature dell’immaginazione, immerse nella deformità, contro le leggi della Natura, contesti passati o alieni, luoghi della memoria o di morte, tutte caratteristiche di questo filone letterario che non possono che essere appunto la rappresentazione delle contraddizioni e degli orrori che si possono vivere durante la guerra, appunto il contrario della pace e della normale vita cittadina secondo le cui regole tutto sarebbe opportuno che così si fosse mossa.

Questa stessa situazione si verificò anche dopo il secondo conflitto mondiale, stavolta nell’ancor più popolare dimensione cartacea del fumetto, figlio illegittimo di quel filone che nel secolo precedente aveva regalato romanzi d’avventura ambientati in mari lontani o in epoche remote, qua si affidava al senso grandguignolesco dei giovani dell’epoca col ritorno di vampiri, uomini artificiali e ragni giganti e la loro apparizione nella vita comune. Il tutto nel clima sospettoso del maccartismo che queste riviste fece chiudere per paura, la stessa che avrebbero dovuto suscitare i fumetti appunto, e che nel tentativo di esorcizzarla distraevano i giovani dalla corretta morale che si conveniva al tempo.

Anche in questo caso il clima di tensione  le storie narrate facevano da ponte con quanto visto nella guerra più devastante di sempre e la paura strisciante, anticipando di fatto il sentimento che da lì a poco con le guerre di Corea e Vietnam avrebbero coinvolto nuovamente i giovani americani.

Parrebbe finita e invece il genere orrorifico ha negli anni ’90 del XX secolo un altro picco di attenzione e successo nel filone popolare dei fumetti. Sandman e tutto il ciclo pubblicato dalla Vertigo, Hellboy della Darkhors,  il ciclo dellla così detta “marvel edge” con testate dedicate a Ghost Rider, Venom, Morbius e forse la più celebre icona della Image Comics, Spawn, unito ai numerosissimi giochi da tavolo e di ruolo legati al mondo dei vampiri e del ciclo lovecraftiano di Cthulhu.

Il tutto immediatamente prima dell’11 settembre, quindi ben inserito nel periodo di pace e crescita economica del periodo Clinton tra le due Guerre del Golfo.

Verrebbe da pensare che -per quanto riguarda questo genere almeno negli USA, ma forse non solo lì- quando c’è un ritorno di fiamma per il genere significa che si stia vivendo un periodo di pace, una pace consapevole di essere temporanea e che però esorcizza la paura di un ritorno alla guerra.

Non è un caso infatti che se questo genere  è sempre presente soprattutto in quelli che sono le fasce più basse e popolari del mondo letterario, i successi di mercato e il divenire permeativi e lasciare delle “pietre miliari” sono riscontrabili proprio durante i periodo di pace e crescita economica: i ruggenti anni ’20, i felici anni ’50 e gli anni ’90 dopo il crollo della cortina di ferro.

In sintesi potremmo dire che la letteratura orrorifica è come la gonna lunga: va di moda nei periodi in cui c’è un ciclo di espansione economica.

Riflessioni dopo gli attentati di Parigi (novembre 2015)

Capitolo 1 – l’odio

Ieri sera ho visto L’odio : Francia di venti anni fa, periferia, mancanza di scolarizzazione, piccola delinquenza, problemi di integrazione, anche al di là delle questioni etniche.
Come al solito emergono due problemi frutto della rivoluzione industriale: il primo urbanistico, l’altro sociale. La mancanza di progettazione di spazi sociali intergenerazionali e il venir meno dell’aggregazione dei corpi intermedi, tutte caratteristiche di uno stato laico figlio degli ultimi due secoli.
Il bisogno latente è la socialità in una società che socii non ci vede affatto, la risposta progettuale potrebbe probabilmente essere la destinazione di spazi per la costruzione di soluzioni aggregative negli orari pomeridiani e serali. L’uomo non vive solo per lavorare, specie se un lavoro magari non ce l’ha. Il “dopolavoro” come la possibilità di fare le ferie e vedere il mare una volta l’anno sono state risposte concrete di riscatto ad una quotidianità che poteva rischiare di finire nel degrado e nella deriva sociale. Il venire meno degli spazi nati in epoca cultura industriale di massa e quindi anche dell’indotto, hanno tirato una riga, ma da lì occorre ripartire.

Capitolo 2 – lo stato sociale

Al di là della retorica sul terrorismo purtroppo la questione oggi è come riprogettare le città e soprattutto le periferie senza doverle ricostruire da zero e senza ricadere magari in forme di stato etico, affinché nessuno si senta escluso o alienato, perché non è solo questione di spazi, ma di organizzazione del tempo e di vita sociale al di fuori della famiglia e dopo scuola. Se lo Stato è burocrazia e il welfare si limita alla famiglia, non andremo da nessuna parte

Capitolo 3 –  la storia dei “se”

Se c’è un momento fondamentale della storia del XX secolo che è cruciale per il destino della contemporaneità, quello il 1953, in quello che oggi è l’Iran.
Se la CIA nel 1953 non avesse voluto a tutti i costi rimuovere Mohammad Mossadeq ancor prima ostacolato dall’alleanza tra Scià e Zar, la storia contemporanea non avrebbe avuto guerre e terrorismi nel modo in cui li conosciamo.
Mossadeq era figlio di nobili, ma era per la nazionalizzazione del petrolio in Persia e per una riforma agraria. Britannici e americani non tollerarono queste scelte e si intromisero nella politica interna del paese, fomentando i gruppi fondamentalisti islamici contro il movimento laico e democratico che teneva insieme liberali e comunisti (e tutti avevano vissuto e studiato in Europa). Insomma in quella data il processo democratico partito dai moti rivoluzionari simili a quelli che nel 1848 toccarono mezza Europa venne bruscamente interrotto da una repressione dispotica.
La storia non si fa con i “se”, ma se ciò non fosse accaduto, l’Iran non sarebbe precipitato in mano agli Ayatollah nel 1979, non ci sarebbe stata la guerra Iran-Iraq, non ci sarebbero state le due guerre del golfo, quindi il terrorismo islamico non sarebbe dilagato nella valle del Tigri e dell’Eufrate. In Siria probabilmente non ci sarebbe stata una dittatura così come non ci sarebbe stato Saddam in Iraq e il Libano sarebbe rimasto come negli anni ’70. Forse ci sarebbe stato altro, ma al posto di pensare di esportare la democrazia, sarebbe stato opportuno che questa avesse potuto fiorire in modo lineare in Iran così come in Europa.
Il terrorismo internazionale è l’estremo risultato di una politica imperialista antidemocratica del secolo scorso. Le persone che hanno compiuto queste scelte sono tutte morte da anni, ma le loro responsabilità ricadono su di noi, su milioni di persone in tutto l’emisfero nord nel pianeta, da New York allo Xinjiang, a Utoya come a Parigi. Gli assassini avvenuti a Parigi nel 2015 ci hanno toccato tutti profondamente (ma non possiamo dimenticare i morti che il terrorismo fa ogni giorno in Africa e in Asia) e l’unica cosa che possiamo fare è rispondere all’oscurantismo e al terrorismo con più democrazia. Non permetteremo alla paura della paura di farci tacere perché noi possiamo fare la differenza e cambiare la storia già da oggi.

Capitolo 4 – Immaginare gli spazi futuri

 

Alessandro Papetti una decina di anni fa ritraeva quel che restava della fabbrica della Renault a Ile Seguin sulla Senna in queste gigantesche tele. Da qualche anno al posto del complesso industriale c’è un grande vuoto in attesa di nuove edificazioni
Ecco come la fabbrica e gli altri luoghi di lavoro e i progressi ottenuti dal movimento operaio hanno costruito buona parte della socialità del XX secolo, tocca a noi porre le basi per costruire una nuova storia che faccia sentire tutti parte di una comunità in questo XXI secolo ormai incominciato, ma che come il precedente si inizia a scrivere dall’ anno 15.

Diventare costruttori di ponti

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Essere e diventare costruttori di ponti,  un invito che Papa Francesco ha dato tra  diversi messaggi di modernità in questi anni.

Alcuni sono stati soprattutto messaggi di chiarezza che mettono al centro l’uomo e questo è fondamentale. La secolarizzazione della società ha messo da parte l’individuo e le sue caratteristiche, l’ambiente e ad un certo punto anche la massa.
Cioè che è rimasto soprattutto nei paesi del sud del mondo-ma stiamo iniziando a capirlo anche in Europa- è una società alla deriva, dove i valori passano in secondo piano.
La novità profonda poiché viene confermata dal pontefice (e non a caso ha questo nome) è legata a due temi determinanti che toccano il destino dell’umanità: l’ecologia per quanto riguarda il rispetto dell’ambiente e quindi del prossimo da un lato, dall’altro l’essere costruttori di ponti, per non solo rispettare l’altro ma costruirci insieme un percorso.
Ad oggi quindi possiamo avere la conferma che il tema della socialità attraverso la solidarietà e quindi un nuovo umanesimo non sono più terreno di scontro tra la Chiesa (nel senso più ecumenico possibile) e le ideologie di matrice marxista, poiché non è più materia concorrente, ma terreno comune in cui occorre dissosare, arare e seminare ciò che vedremo nei prossimi anni.
E’ possibile ad oggi essere di sinistra, ambientalista, radicale e cattolici al tempo stesso? Per me non lo è per niente ed è possibile superare ogni contraddizione attraverso il discernimento, la relazione e la ragionevolezza.
Il fatto che il papa elogi le figure dei pontieri, lui che dal suo ruolo di pontefice, dimostra quanto il messaggio ecumenico che ha visto probabilmente il Cardinal Martini un esempio fortissimo di questa volontà di dialogo con un mondo che ci appariva distante. Spunti da cui partire certo per una riflessione ampia di largo respiro.
Costruttori di ponti per la pace, pensando al ponte di Mostar, pensando alla figura di Alexander Langer, pensando alla cortina di ferro che ha diviso l’Europa per mezzo secolo e ai muri che dividono Messico da USA, Palestina da Israele.
Costruttori di ponti contro la devastazione dell’ambiente a favore del profitto: Possiamo avere un futuro che faccia a meno del land grabbing, che combatta la desertificazione e la deforestazione selvaggia a favore delle piantagioni o non cada più nell’errore di grandi opere idrauliche come quelle dell’Asia centrale che hanno inaridito tutto ciò che c’era a sud di quel che resta del lago d’Aral.
Un nuovo modello di sviluppo è possibile: possiamo davvero pensare che gli uomini, la maggiorparte degli essere umani, vivranno in enormi slum attornoa città del benessere per pochi circodati da enormi discariche come vediamo accadere nei paesi in via di sviluppo?
Ovviamente l’uomo e l’ambiente possono tornare al centro di tutto ciò solo con un nuovo modello di città in cui l’agricoltura è protagonista ed è il ponte stesso e la soluzione all’eterno conflitto tra città e campagna.
Per proiettarsi al futuro le città di domani devono imparare a nutrire sé stesse e chi ci abita, come una sorta di superorganismo che nella ciclicità delle sue funzioni trova un equilibrio, demografico, economico e sociale.
Occorre costruire ponti, non smettere mai di tessere relazioni, di dialogare e di rispettare le differenze, perché come ci insegna la doppia elica da cui tutti deriviamo, la richezza e la capacità di adattamento possono venire solo dall’unione delle peculiarità e dalle differenze di ciascuno di noi.

Je suis charlie

– Qui vivevano ebrei, mussulmani, eretici, cattolici.
– La cultura d’Oc a un certo punto l’hanno quasi ammazzata. Sai perchè?
– Perché?
– Perché era gente tollerante
– A me la parola tolleranza non piace; se devi tollerare qualcuno non c’è il senso di uguaglianza.

E’ un significativo dialogo de “Il vento fa il suo giro” di Giorgio Diritti, film del 2005 che spiega cosa sta succedendo oggi e che ci pone come forze progressiste ad analizzare seriamente il tema della tolleranza, della libertà di opinione che ha reso emancipata e libera l’Europa e ha permesso il progresso nella moderna società occidentale per come la vediamo oggi. La tolleranza  (reciproca) non basta, perché se manca il senso di rispetto, gli uomini repressi prima o poi si vogliono vendicare. E come sappiamo la vendetta non porta che ad altre vendette e il sangue sparso è sempre inutile.

L’altro giorno ho condiviso l’articolo di Marina Terragni sulla libertà delle donne a sopravvivere con il velo nel mondo arabo e sul fatto che le forze progressiste hanno tanto tergiversato troppo a lungo. Ahimè è vero.

Pensiamo alla retorica -spesso superficiale- di quello che accade ai cristiani nei paesi islamici che appare nei dibattiti televisivi o negli slogan di chi magari non sa nemmeno cosa succede al di là del mare. Da ottanta anni gli zabalin, i copti d’Egitto, sono stati costretti ai margini della società del Cairo: spinti a vivere e a costruire le loro case in quello che è stato il cimitero dei Mamelucchi, esclusi dai lavori, costretti a vivere riciclando rifiuti. Prima della caduta di Mubarak con la scusa dell’influenza suina h1n1 sono stati uccisi tutti i maili che allevavano con la frazione organica dei rifiuti raccolti e la loro condizione di miseria non è potuta che aumentare.  Impedire la libertà religiosa nel mondo occidentale non è che rende più liberi i cristiani perseguitati. Ma pare che questo sia poco comprensibile a chi prova a speculare e le cui soluzioni politiche non hanno affatto diminuito o arginato il problema del fondamentalismo religioso sotto forma di terrorismo armato.

Il problema evidente è che dal colonialismo in poi le peggiori dittature, laiche o teocratiche, del mondo islamico hanno avuto sempre l’appoggio più o meno tacito dei poteri economici dell’occidente (in Egitto per esempio) e quando queste dittature si sono svincolate la parte sana e liberale della società era già stata abbondantemente repressa. Basta vedere cinquanta anni fa la vicenda di Mossadeq in Iran o più di recente il naufragare delle primavere arabe a favore di militari o forze islamiste.

Pensiamo al Kurdistan, Pakistan e all’occupazione del Kashmir, alla Libia, al Mali. Pensiamo all’ignoranza dei fanatici africani che negli anni scorsi hanno bruciato preziosi testi sacri islamici a Timbusctù e che sono stati salvati dalla lungimiranza di altri mussulmani lungo un pericoloso percorso sul fiume Niger. Pensiamo a tutti gli esuli mussulmani liberali che sono costretti a lasciare i loro paesi perché intere nazioni affondano nella corruzione e in fanatismo senza giustificazioni. Tanti rifugiati politici sono riparati in Italia e in Europa ed è loro che dobbiamo sostenere per rendere le loro nazioni libere dal terrore e dal fondamentalismo.

Abbiamo visto che l’esperienza dell’unilateralismo dell’era Bush della democrazia esportata a suon di bombe non ha fermato e non ha che aggravato l’escalation del fondamentalismo islamico proprio in quelli che erano i cosiddetti “stati canaglia”. Quella non è la soluzione, mi pare evidente.

E per concoludere non posso che dire che mi riconosco nel pensiero riportato ieri da Ilda Curti. Assessore del comune di Torino
“ Uno dei due poliziotti barbaramente trucidati si chiamava Ahmed e serviva, da poliziotto, il suo paese. Da un lato ci sono i barbari assassini feroci, dall’altro, tutti gli altri nessuno escluso. La frontiera del “noi” e “loro” è tutta qui. Barbari assassini contro il resto del mondo. ‪#‎charlieHebdo‬”

 

je suis charlie

AAA cercasi soluzioni credibili ai problemi della gente, Cacciari dixit

“Non c’entra niente D’Alema. Poteva passare Bersani, Renzi, Alfano… è la rivolta contro una classe dirigente che non sa trovare soluzioni credibili ai problemi della gente”.
Massimo Cacciari interpreta il sentire comune molto più di quanto lo facciano quelli che dovrebbero farlo. Occorre dare risposte ed essere disposti a mettersi in discussione. Come dicono tanti amministratori dei nostri territori, i cittadini sono allo stremo, non si vede la crescita, per regolare il bilancio a Roma si schiacciano gli enti locali e si rischia di garantire meno servizi. Questo non va bene ed è incredibile che  non si capisca che è la causa prima della perdita di consenso e vero motore dell’astensionismo. La questione è complessa, dura da anni e tocca inevitabilmente l’erogazione dei servizi che ci toccano tutti i giorni. Sanità, trasporti, servizi sociali e per ultima la cenerentola della cultura, devono fare tutti i conti con una crescita che non c’è  da troppo tempo e che come ricordato dal professor Sapelli gli americani chiamano “deflazione secolare dell’Europa”. Ma la soluzione non è la tassazione al 15% tanto di moda negli ultimi giorni e che non garantirebbe le coperture: pagare meno, pagare tutti, finirebbe col diventare che pagano solo i soliti e si tagliano i servizi (come se già non accadesse).
E forse non è nemmeno così tutta colpa dell’austerity (che ne ha assai) e che però non è certo la soluzione. Il Giappone è in deflazione da quasi 25anni e non hanno applicato come nella vecchia Europa politiche di austerità. Crescita economica = diminuzione della disoccupazione;  cioè significa aumentare l’inflazione ed è chiaro che questo a qualcuno non piace. Dobbiamo renderci conto un po’ tutti che per anni soggetti politici si sono presentati con dei programmi alle elezioni, sono state votate alcune maggioranze per fare alcune cose che poi non sono state fatte e peggio se ne sono fatte altre: questo spiega molto bene perché il seme dell’antipolitica è cresciuto proprio nel terreno della politica. Serve uscire da questo guado impantanato.

Cacciari per concludere sottolinea il tema dei temi: dare soluzioni credibili ai problemi della gente.

Per farlo non serve la velocità. Occorre dare risposte alle esigenze dei cittadini che ci hanno votato in tempo breve, ma non è la velocità il paradigma. Servono semplicemente le risposte, risposte che siano valide, efficaci e finanziate.

 

La puntualità dell’ovvio

Ogni tot mesi arriva puntuale un comunicato della CGIA di Mestre che viene a raccontarci che c’è un’Italia di professioni e mestieri ricercati e che nessuno vuol più fare, anche se ben pagati. Poi parli con amici che quei lavori li fanno davvero e scopri che la realtà è sempre la stessa: contratto part-time e però poi lavori 40 ore la settimana, straordinari non pagati, orari spezzati con pause in orari improbabili, ricattabilità e mobbing quotidiano.

Panettieri pagati come oro, parrucchieri introvabili e via a scedere con gli ingegneri e i programmatori informatici o i grafici.

E’ di qualche settimana fa a notiza che Repubblica aveva offerto 500 euro al mese per l’impaginazione del giornale: ora se uno dei principali quotidiani nazionale fa questo tipo di offerta, che viene rifiutata, probabilmente il motivo per cui anche gli altri lavori non vengono trovati è molto semplice: il prezzo.

Non è pensabile che una persona oggi in Italia accetti un lavoro che pur nelle mille difficoltà non gli permetta la sussistenza. Mi pare chiaro quindi che qualcosa nella trattazione dei dati da parte della CGIA di Mestre non funzioni e invece sarebbe utile e opportuno per tutti avere le giuste informazioni per capire che cosa non va e chi sta cercando di fare il furbo alle spese degli altri.

Impressione di settembre

 

Ci sono state diverse polemiche negli ultimi mesi, alcune del tutto pretestuose, altre sicuramente con un fondo di verità.

E’ chiaro che la cultura è il sale del turismo, diciamo di quel turismo che può toccare la nostra zona, che con tutto il rispetto per la riviera romagnola, ma ha ben altro da offrire.

Il problema delle iniziative culturali si è sempre arrovellato sul tema grandi mostre, che personalmente mi ha sempre portato alla memoria la vecchia pubblicità del pennello cinghiale: “per fare una parete grande ci vuole un pennello grande o un grande pennello?”. Il livello della discussione troppo spesso è rimasta su quel livello.

Con il cambio di gestione delle mostre si è voluti passare da una logica puramente “di casetta” a proposte più elaborate per quanto riguardasse il percorso culturale e semantico, in una logica didascalica e di illustrazione di modelli diversi.

La mostra “Oltre Sant’Elia” ha avuto il merito di portare nel ruolo che gli spetta ad uno dei protagonisti della città, anche se la scarsa capacità di comunicazione non ha aiutato l’afflusso di visitatori.

Sappiamo bene che non è il numero di spettatori che fa la qualità: non possiamo paragonare un film di Aki Kaurismaki all’ultimo film ispirato ai supereroi Marvel.

Ma appunto come ha detto Mauro Corona sabato a Parolario, quando una cosa è fatta bene, ma gli manca qualcosa e quel qualcosa è il pubblico, allora qualcosa che non funziona c’è.

Un libro come una esposizione la si fa per raggiungere il più vasto pubblico possibile: cercando di coniugare qualità è opportuno fare quanto possibile per avere una larga partecipazione, perché altrimenti non è facile portare consenso attorno al progetto che si è fatto.

Io credo che occorra un cambio di passo su questo, considerando che la comunicazione è politica (come suole dire Pippo Civati), quindi se ci sono problemi di comunicazione, ci sono dei problemi politici e questi vanno risolti, perché altrimenti anche quanto è stato fatto di buono passa in secondo piano.