Wir sind die türken von morgen

Credo che tutti noi siamo rimasti colpiti per il colpo di teatro che in questi giorni ha interrotto la routine informativa.

Centinaia di giovani nelle principali città della Turchia manifestano in modo concitato da giorni. Quella che era nata come una protesta ambientalista sta diventando qualcosa di molto più grosso, all’insegna e nonostante le grandi contraddizioni di quel paese.

Personalmente credo che sia la normale evoluzione degli eventi in uno dei paesi con la crescita di PIL più alta nell’area mediterranea. Al pari di questo incremento di crescita economica, vi è quella demografica. Quando un paese è ricco e pieno di giovani, ci sono tante richieste di cambiamento. La Turchia è un paese molto giovane come tutti i paesi mediorientali, ma storicamente aperto alle istanze occidentali, specialmente dai tempi della Guerra Fredda. La sua posizione nella NATO e la profonda  svolta laica nel sistema svolto ai tempi di Ataturk rende la nazione ancor più ricettiva all’occidentalizzazione, specialmente in un contesto come quello attuale dove la globalizzazione la fa da padrone. Tuttavia è chiaro che dopo la primavera araba qua si cerca maggiore libertà e non c’è la richiesta di maggiore islamizzazione delle istituzioni, semmai è il contrario; un paese dove la  destra  è molto forte e attraverso la sua natura conservatrice riesce a tenere in equlibrio la società islamica con il necessario lib con le esigenze minime di laicità. Laicità di facciata e ormai obsoleta, perché non basta usare l’alfabeto latino. Chiaramente una società largamente conservatrice ha dato la maggioranza ad Erdogan il che dovrebbe bastare a pensare che abbia un vasto consenso nel paese. Probabilmente è anche vero.

Il problema è che questo ai giovani non basta più.

Colpa della crescita economica e delle contraddizioni mai risolte potremmo dire. Senza considerare il pericolo e la guerra alle porte della Siria, dove lo scenario politico vede le tensioni alle stelle. Da un lato i regimi Sciiti alleati da Tehran a Bagdad, a Damasco non vedono di buon occhio la fortissima alleanza tra Ankara con gli USA, che gli garantisce un peso militare enorme. Dall’altra parte a sud, i sunniti e in particolare i sauditi gradiscono ancora meno dei turchi questa continuità politico-religosa  in continuità territoriale  dal Mediterraneo al Mar Caspio ai paesi della Costa dei Pirati sul Golfo Persico (chiaramente vicini a Tehran in funzione anti-saudita). Se le primavere arabe sono sbocciate e poi sfiorite sulle rive dei paesi mussulmanni del Mediterraneo, nel resto medioriente la rivolta delle pistole ad acqua in Iran si è trasformata in una guerra vera e propria che infiamma gli altri paesi della mezzaluna fertile. La geopolitica, le logiche militari, l’influenza di USA e Russia poi complicano ancor più uno scenario già difficilissimo da decifrare e descrivere.

Sul futuro dei giovani turchi non ci resta che stare a guardare e sperare: se Atene piange, Sparta non ride.

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