La storia progressiva e il rapporto tra l’uomo e l’idea che si è fatto di Dio

Da alcune settimane la bioetica è tornata all’ordine del giorno nella cronaca italiana.

Il tema è sempre quello de “il corpo è mio e lo gestisco io”.

Principio largamente condivisibile, ma che non può essere semplificato e ridotto a stereotipi e banalizzazioni come succede di questi tempi.

Personalmente credo che si debba fare una distinzione molto seria e forte tra quello che è il fine vita e il rapporto con l’accanimento terapeutico e il resto del campo bioetico, perché la fine della vita e il principio della vita stessa sono cose diverse e vanno trattate in modo diverso.

Vita e morte sono cose distinte e se ciascuno in potenza può decidere della sua vita, intesa come morte, non è vero il contrario. È talmente precaria la condizione dell’anima nel corpo corruttibile, che non è più facile vivere che morire.

Il rapporto tra corpo, la sua gestione e la sua potenzialità è soggetta al libero arbitrio del proprietario, ma oggi la questione si arricchisce e diventa ulteriormente complessa nel momento in cui la complessità del mondo e gli sviluppi della tecnologia hanno aperto nuove porte.

Porte che se aperte troppo possono andare a ledere la libertà e la dignità dell’altro.

L’attualità ha portato alla ribalta la questione della gestazione per altri, “l’utero in affitto” che mette al centro la ridefinizione dei ruoli con una distinzione tra la genitricità e la genitorialità, la riduzione del concepimento ad asettico atto formale, possibile perché la tecnica lo permette e quindi ridotto a mercificazione, cioè una riduzione a transazione commerciale di un corpo, per alcuni il massimo dell’espressione della libertà per altri del tutto inaccettabile.

Questo perché il principio di famiglia per alcuni è semplicemente un fatto privato, e quindi gestibile all’interno di una scrittura privata, tra cittadini consapevoli e consenzienti, per altri invece la famiglia e la vita stessa fanno parte di un mos- ethos-costume e quindi la famiglia è pur sempre la cellula minima dello stato e perturbazioni in quell’ambito possono riguardare la collettività e in particolare l’opinione pubblica, in particolare sui ruoli di ciascuno.

Ma la questione è ben più ampia del fatto che i conflitti e le i problemi (anche legati alla procreazione) si risolvano con il liberalissimo principio del lassez-faire. Le cose sono più complesse.

Complesse e non riducibili ad una transazione economica, ad una mera questione commerciale o ad un fatto privato.

Perché se tutto è permesso, se tutto è lecito perché è possibile, cosa ci impedisce l’applicazione delle più fantasiose quanto eticamente discutibili ricombinazioni genetiche?

Perché il punto è anche questo e se ne parlava già trenta anni fa e su questo si interrogava Alexander Langer, incompreso dagli ambienti libertari e radicali nei quali aveva militato.

Quale è quindi il confine che si può superare?

Tutti questi sono temi sui quali ancora ci si interroga; da un lato le tecniche di procreazione assistita al di là di convinzioni religiose o pensieri libertari assoluti si ricollegano inevitabilmente al grande tema che dai tempi della rivoluzione scientifica e del pensiero razionalista ci accompagna.

L’uomo fin dove è giusto che si spinga ad applicare le conoscenze che ha acquisito durante e sulla vita?

La speculazione scientifica non deve avere limiti, ma l’applicazione della scienza deve averne? Probabilmente sì.

Nella ricerca della verità non tutto ciò che si apprende è legittimo mettere in pratica,

Fra pochi anni sarà possibile il trapianto di testa (o di corpo) e già oggi è possibile creare in provetta chimere genetiche. Esseri viventi che hanno arti e organi di un animale e altri di un altro. Farla con l’uomo è vietato. Così come la clonazione. Per ora.

Perché però? (Per me è chiarissimo, come è chiaro perché altre cose sono vietate.)

Posso fare ciò che voglio del mio corpo e del mio codice genetico, ma fino a che punto?

Se ognuno è libero di fare quello che vuole del proprio corpo, non è libero di fare ciò che vuole anche del proprio DNA anche nella malaugurata ipotesi di creare delle creature sventurate?

La vita nasce perché c’è la possibilità di farlo?

Se uno ha la capacità economica di permettersi quello che vuole, può fare ciò che vuole?

“Perché reggere in vita | chi poi di quella consolar convenga? | Se la vita è sventura, | perché da noi si dura?” 

La porta dietro la quale è celata la verità può fare tabula rasa delle speranze, un vaso di Pandora nel quale si rischia di perdersi ciò che di positivo e altruista l’uomo ha fatto attraverso la pulsione ad un ideale.

Aprire quella porta è molto rischioso non solo perché mette l’uomo al pari dell’idea che l’uomo, anche quello ateo, si è fatto di Dio, ma perché in questo modo è proprio vero il contrario, perché così facendo si mette l’idea del divino al pari di un uomo, un uomo che sostituendosi all’idea che ha del Dio che sperimenta sulla e con la vita solo e semplicemente, perché può. Non il principio cristiano nel quale il Dio si fa uomo e sente come lui il loro, ma un dio che si comporta come farebbe un uomo se avesse la possibilità di fare ciò che vuole.

In questo modo l’uomo non si eleva, ma perde la sua stessa pietà, il concetto teologico di pietas.

E allora non uomo, non dio, ma solo una sorta di demiurgo che gioca col fango creando Adamo, un “Totum unum et ex uno omnia”, in una sorta di transumanesimo disumanizzato.

Un demiurgo (un gruppo di demiurghi) che può fare quello che vuole della vita e con la vita perché ha la capacità intellettiva ed economica, ed un umanità che soccombe di fronte a questi individui tecnocratici e potenzialmente capaci di ingannare la morte.

L’illuminismo prima e poi il socialismo e il movimento operaio tentarono ciascuno a loro modo di superare le ingiustizie sociali, di cercare di creare un “paradiso in terra”, secondo l’idea che si potesse tendere al miglioramento della società perseguendo la giustizia e appunto il disegno divino anche in questo mondo e in questa vita.

Feuerbach immaginava che l’idea che l’uomo avesse del divino non fosse altro che un’idea dell’uomo elevata alla perfezione. La negazione del mondo terreno a favore di uno ideale in cui è presente la propria essenza fuori di sé non ha però un’influenza negativa sullo sviluppo della società umana. Essendo la proiezione della propria essenza ora in Dio, l’uomo che non possiede più tale essenza, che ha sede in un altro mondo, ha cercato di rendere il mondo in cui vive simile a quello ideale che ha immaginato e questo ha portato al progresso.

Il progresso inteso come la volontà di tornare all’età dell’oro, all’Eden. Ma una volta giunti all’albero della conoscenza del bene e del male si rischia di commettere un peccato ben maggiore di quello originale.

Se la religione o meglio la religiosità è la prima prova indiretta che l’uomo ha di sé, venendo meno questa consapevolezza, viene meno la coscienza di sé e il voler perseguire in una coscienziosità.

Ciò dimostra che se questa tensione viene allentata, perché l’uomo si sente in un qualche modo “arrivato”, anche la storia smette di essere progressiva e la società si ferma in un vicolo cieco. Una società senza coscienza, succube del suo stesso tempo e incapace di interrogarsi.

Se viene meno quell’idea, derivata dal sincretismo elleno-giudaico, viene meno sicuramente ogni riferimento al cristianesimo, ma anche ogni valore su cui si poggia il pensiero occidentale.

E se la verità fosse quella, allora nessuna giustizia, nessuna speranza di riscatto sociale o di redenzione cristiana è possibile, così come la giustizia non è cosa dell’altro né di questo mondo.

La vita è e resta un mistero,  nel senso puramente etimologico (Dal lat. mysterium, dal gr. mystḗrion, der. di mystḗs ‘iniziato’, der. di mýō ‘sto chiuso’ •sec. XIV.) Un mistero che è qualcosa di talmente complesso che per poter provare solo a percepirlo non possiamo che socchiudere i nostri occhi di fronte quella che a tutti gli effetti resta una cosmogonia.

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