Author Archives: Guido Rovi

Civiltà del riuso, prove tecniche

Ne parlano qua: questa è un’interessante idea di Stefano Boeri e Celentano, un’idea d’Avanguardia potremmo dire, perché il borgo dell’aggiustatutto è alla fine l’orizzonte prossimo di chi tende ai rifiuti zero: ciò che non si ricicla si aggiusta o si riutilizza. Come dice spesso Marco Boschini, queste sono pratiche che rendono i comuni virtuosi.

Mi fa molto piacere leggere che l’esempio partito ormai anni fa con l‘Occhio del riciclone a Roma e citato qua da Guido Viale, abbia trovato altre nuove pratiche applicative.

Un PD più europeo con tre anime

 

Tre anime perché il PD è metaforicamente un’Idra a tre teste.

Non parliamo dell’idra di Lerna o altre bestie mitologiche, ma del problema solo italiano, dove due dei principali movimenti politici europei non sono rappresentati. Il PD fa infatti parte ormai a pieno titolo del PSE, ma il PD è qualcosa di diverso dai DS; non solo perché comprende al suo interno una forte sensibilità del cristianesimo sociale e del cattolicesimo democratico, peculuriatà  tutta italiana e che sicuramente arricchisce la formazione politica stessa.

Inoltre c’è l’enorme problema che circa il 15% dell’elettorato europeo composto da ALDE, liberali e democratici, e dai GREEN, i verdi, in Italia non sono pervenuti in Italia, almeno secondo la media europea. Parlandoci chiaramente se l’astensione è attorno al 40% e queste due forze non sono rappresentate, significa che molto probabilmente nella fascia dell’astensione ci sono queste persone. Statisticamente infatti abbiamo visto che  nel 2013 la svolta montiana, dava per la prima volta una rappresentanza superiore al 10% oltre

Questo grosso bacino di sensibilità è una grande opportunità per il PD a vocazione europea. Se infatti l’Italia vuole avvicinarsi all’Europa, dove in alcune nazioni queste sono forze fondamentali di governo, è necessario che qualcuno qui rappresenti queste istanze e parli anche a questo tipo di elettorato.

Del resto questa peculiarità renderebbe davvero possibile l’orizzonte europeo di un socialismo liberale, che appunto ha posto le basi del benessere e dello sviluppo, nel giusto equilibrio tra sistema capitalista e stato sociale. Una cosa che solo in Europa siamo riusciti a fare, giusto per ricordarcelo ogni tanto. Poi ha smesso di funzionare in modo efficiente, ma se funzionava prima, può tornare a funzionare poi: basta uscire dall’austerità passando dal concetto di equità a quello di eguaglianza.

Insomma il PD maggioritario, quello che sta sopra all’asticella del 30% deve per forza essere liberale e green, senza perdere la sua natura di forza del socialismo europeo. Liberale per davvero però, verde di più. Perché non è pensabile che ci si nasconda spesso dietro la burocrazia per fare finta di essere verdi e liberali al tempo stesso e alla fine non lo si è mai. E non si è nemmeno di sinistra. Greeneconomy è una bella parola, ma non c’è solo la questione dei pannelli solari per essere green, c’è molto altro.

Lo stesso vale per i liberali e i libertari. Ricordo che escludendo alcune istanze ultraliberiste, un piccolo movimento come Fare espone diverse contraddizioni che toccano vari ambiti della società. In particolare in certe regioni, per esempio quelle più produttive, prima che esplodesse lo scandalo Giannino, Fare era dato al 4%, più un 12% dell’area montiana. Questo dato dovrebbe fare riflettere nelle intenzioni di voto. E dovrebbe fare riflettere che molte di queste persone liberali  che hanno scelto Fare, così come molti ecologisti che hanno votato SEL hanno spesso guardato con interesse le iniziative organizzate da Civati, perché il PD di Renzi è sì aumentato nelle intenzioni di voto, ma serve il contributo di tutti, di tanti, per fare sì che siano la maggioranza dei cittadini, ciascuno con la propria sensibilità a potersi riconoscere nel PD.

Come sappiamo il PD ha tre radici italiane, quella democristiana,  quella comunista e quella socialista, ma può avere anche tre rami che fortificano la sua natura democratica, in modo che tutti si sentano rappresentati. Perché liberali ed ecologisti guardano per forza di cose a questo partito, che però deve essere nelle condizioni di diventare un posto in cui possano riconoscersi.

Ovviamente una dimensione plurale e dinamica può essere il luogo in cui le istanze più moderne del pensiero progressista, che dialoga anche con la parte alla sua sinistra, è quella che mi auspico. Insomma quel soggetto plurale, aperto ed europeo nella quale in tanti potremmo riconoscerci.

 

Il nuovo centrosinistra 20 anni prima

Leggo con grande stupore -prima di oggi ignoravo questa vicenda- che nel 1994 dopo l’inaspettata sconfitta della coalizione dei progressisti, che Alexander Langer volesse correre per la segreteria del PDS in sostituzione di Achille Occhetto. Lo dice lo stesso Langer in un articolo dell’epoca inserito nella raccolta Il viaggiatore leggero.

Interessante l’analisi delle debolezze e delle mancanze della sinistra, le stesse di oggi, in particolare in riferimento ad un problema dei sentimenti comuni, uno su tutti la compassione al posto della sola passione. Pensiero che appartiene grazie a Langer scopro appartenere a Willy Brandt e in cui io oggi nel 2014 mi ci ritrovo molto, accorgendomi che nei lustri precedenti poco è stato fatto. Credo che oggi Lander e molte delle sue idee vivano nel PD, come lo stessi Renzi abbia ricordato, forse in modo non adeguato qualche tempo fa. Certo è che come diceva lo stesso Langer la vecchia sinistra legata al PCI e a quel pensiero strutturato, all’organizzazione stessa isolata dalla società civile, che di fatto limitata venti anni fa i DS alla non rappresentanza di molte istanze della sinistra nuova, oggi è ancora una zavorra non indifferente per quello che siamo soliti chiamare centrosinistra. La cultura cattolica, quella ecologista, quella femminista, quella dei diritti, quella del paesaggio e della cultura sono ciò che caratterizza un moderno partito progressista, che lavorando insieme, appunto con la compassione, etimologicamente interpretata, il sentire comune appunto, sono come le dita di una mano che lavorano insieme (per dare un pugno o per fermarlo). Il problema quindi della sinistra sta nella sua doppia natura, formata da parte partitica, dove stanno i politici, e da movimenti, dove sta la società civile: entrambi fanno politica, ma la struttura dei primi e la liquidità dei secondi rende difficile essere efficienti. E l’idea di rendere liquidi i partiti stessi è ormai dimostrata come deleteria per la politica, poiché chi comanda in un partito così poco strutturato, diventa estremamente propagandista, più burocrate e meno relazionato alla base stessa. Ho sentito dire proprio da Walter Tocci che il problema sta nel relazionarsi tra corpi intermedi e la base, perché il problema della sinistra oggi è superare la fiducia della delega in bianco (e scimmiottamenti del centralismo democratico), poiché la consultazione crea maggiore legame e legittimazione, anzi dovrebbe essere proprio questo lo scopo di chi ha un ruolo apicale, “sentire come la pensa la propria gente”, poiché appunto pensa e ciascuno lo fa in modo diverso.

Le politiche di prossimità, quelle che pongono i bisogni degli invidui come elementi in relazione di una comunità, sarebbero dovute sorgere molto tempo fa, invece restando latenti ed emergendo man mano come necessità “di nicchia” solo dopo l’avvento della bolla speculativa americana nel 2008, restano per ora un patrimonio minoritario, ma al tempo stesso una preziosa cerniera di sviluppo per la sinistra.

Per politiche di prossimità si intende tutto quel patrimonio di sensibilità che toccano l’uomo e il suo contesto, l’ambiente in cui vive, il paesaggio che lo circonda, la rete di relazione e i luoghi in cui queste possono avvenire: una condizione  in cui la politica dovrebbe soddisfare i bisogni sia del singolo sia del gruppo è molto simile al pensiero di Langer sulla coesistenza di individui di etnie, lingue e culture diverse.

Leggendo non ricordo dove scoprì che una della accuse che qualcuno additò tra le cause del crollo della Ex Jugoslavia fu la rottura del modello socialista di Tito. Sicuramente quel modello aveva numerosi difetti, ma il fatto stesso che ci accingiamo ad una svolta molto forte per il futuro dell’Europa ci deve fare riflettere. Una grande sfida che la memoria di Langer, che potremmo forse dire sia uno degli ispiratori del PD, forse a sua insaputa, vista anche la recente citazione da parte di Renzi. Una sfida che deve ripartire dal modello originario di uguaglianza che lo Stato Sociale porta dentro di sé.  Un nuovo modello, rossoverde come mi piace pensare, che connoti l’Europa di domani, dove la condivisione, la cultura del paesaggio e del progetto caratterizzino una sinistra nuova, vera, pluarale e liberale.

Calmiamoci un po’ tutti però

Calmiamoci un po’ tutti  e riflettiamo. Lo dico agli amici e ai compagni di viaggio.

Politicamente la questione principale non è perdersi nel dire “palazzina Fisac sì, palazzina no”. Personalmente preferirei che le cose andassero in un altro modo, per la palazzina, così come per San Lazzaro (che è invece vincolata, ma cade a pezzi lo stesso).

Perlomeno ritengo  vadano salvate da lì le colonne liberty in ghisa e la scalinata.

Semmai la questione verte su quanti dei 7milioni e 364000 euro andranno spesi su Rebbio e Camerlata e per che cosa, quanti finiranno sulla piazza di Esselunga (1 milione e 379mila euro come preventivato nel 2011?), quanto costerà il sovrappasso di via Badone (2.717.387,54 come preventivato nel 2011?) e quanti finiranno nel bilancio del 2014.

Se “virtualmente” 4milioni di euro (stando alla stima fatta dall’offerta di Cedi nell’aprile del 2011) finiranno nel comparto ex Trevitex, quanti ne finiranno sul resto della ex Circoscrizione 3?

Su queste cose dobbiamo ragionare.

Vigilare sulla qualità, sui costi delle opere e sulla tempistica di realizzazione è fondamentale insieme ad un serio percorso di progettazione condivisa e partecipata coi cittadini per soddisfare i bisogni dei quartieri.

Se il consiglio comunale può contribuire a migliorare portando le istanze dei cittadini glielo si faccia fare senza dare ultimatum di alcun tipo da parte di nessuno, altrimenti non si chiedano indirizzi politici al consiglio stesso.

 

Come possono i piccoli sopravvivere al tempo di notizia e al tempo di parola dei grandi

Sentivo Specchia l’altro giorno che parlava della grande capacità di Beppe Grillo di coprire mediaticamente entrambi gli spazi, in modo da essere percepito a 360° nei media.

La cosa mi è parsa molto interessante e sono andato a rivedermi i dati di 5 anni fa, quasi sei, quando era appena stato eletto Berlusconi per la terza volta.

E’ interessante capire come questi processi a livello nazionale cerchino sempre un attore protagonista, quasi un personaggio totalizzante. Se oggi abbiamo oltre a Berlusconi, anche Matteo Renzi, che come presidente del consiglio ha chiaramente aumentato lo spettro di influenza, lo stesso Grillo tocca non solo i media tradizionali, ma fa parlare di sé partenda dalla coda lunga, sfruttando di fatto la sua assenza su media principali, che parlando di lui ugualmente se non di più.

In questo scenario che è la politica nazionale mi chiedo come possano i cittadini percepire le informazioni della politica locale, regionale o cittadina in modo positivo, poiché di fatto tra tempo di notizia e tempo di parola dei personaggi della moderna “commedia dell’arte” c’è poco spazio di manovra.

Considerato ciò è molto importante che quanto viene fatto, debba essere comunicato in modo tale che si lasci solo un’eco positiva, che generi consenso a priori e mai polemiche.

Se si organizzano i progetti e la comunicazione degli stessi attraverso il problem solving e la soddisfazione dei bisogni, individuando il target e costruendo la proposta politica partendo da una domanda progettuale a cui  dare risposta, sarà più facile creare un’idea non solo positiva, ma dando anche una ricaduta pragmatica nelle cui proposte traspaiono efficacia ed efficienza.

Come è possibile tutto ciò? E’ possibile se si crea una narrazione di quello che è l’elaborazione politica che sta a monte, di fatto quello che è la strategia.

Come un buon film lo si apprezza dalla sceneggiatura, indipendentemente dal soggetto, così ogni azione rivolta ad un pubblico deve avere i tempi e le battute giuste, il senso del ritmo, poiché cadenzando l’azione e la comunic-azione di un progetto politico (inteso anche etimologicamente), possiamo percepire il dialogo, i luoghi e i piani in cui tutto ciò viene man mano articolato.  In questo dovrebbero essere dei validi esempi Renzi, Vendola, e chiaramente anche Obama.

Quando si va a toccare l’immaginario, specialmente quello circoscritto, è fondamentale che la riminiscenza immediata, sia positiva e assertiva. Non solo “è giusto”, ma “finalmente”. Questo perché delineando la progressione (e la progressività dell’azione nella narr-azione) emerge inesorabilmente l’idea di miglioramento continuo che è quindi percepito e può creare un flusso di parola, i rumors , che toccando i canali non convenzionali di informazione sostanziano di consenso ciò che la politica si impegna a fare.

Poiché quindi si tratta di una dimensione molto teatrale dove contemporaneamente vanno in scena tanti spettacoli, per essere competitivi e lasciare un ricordo positivo, deve essere subito comprensibile allo spettatore del perché il passaggio da uno stato precedente A ad uno successivo B sia un miglioramento per lui. Nel caso  in cui nella costruzione a priori ci accorgiamo che i nostri potenziali target di riferimento potrebbero non essere soddisfatti del nostro percorso, è opportuno pensare una exit strategy, che non può essere solo comunicativa, ma sostanziale, anche se partendo dalla comunicazione si riesce a trovare la soluzione più sostenibili.

Se infatti uno dei nostri target non è soddisfatto del messaggio, è perché ha percepito anche un aspetto negativo e non vede il miglioramento. Questo genera polemica e  voglia di suggerimento e di correzione da parte di chi si sente parte lesa. Per evitare ciò, è meglio prevenire, progettando strategicamente gli scenari possibili e dando già una risposta valutando vantaggi e svantaggi, debolezze e punti di forza del nostro progetto.

Se questo non bastasse c’è sempre la soluzione, parziale certo, della compensazione, anche emotiva. “Si passa da A a B, non puoi più fare X in A, ma puoi sempre farlo in C e ora puoi farlo anche in D”.

Di fatto la maggiore articolazione nello spazio e nel tempo del progetto stesso, nonostante sussistano criticità per una parte degli attori, questa può essere minimizzata proprio attraverso una narrazione che diventa più corposa e strutturata. Ovviamente questo deve essere gestito a monte, con un piano strategico di comunicazione, dove parte tecnica e parte politica si parlino. In questo modo si riesce a gestire direttamente l’informazione, la natura e la qualità della notizia che non viene eccessivamente mediata e interpretata dalla stampa, ma viene accettata e comunicata “in presa diretta” (pensiamo alla maestria con cui Grillo o la stessa Lega sono riusciti a far passare messaggi studiati a tavolino, che poi nella realtà erano sottodimensionati, ma che hanno comunque generato un forte consenso, poiché sentiti come prioritari).

Ed è qua che sta il nocciolo. Se si riesce a far percepire le singole azioni come parte di un mosaico più grande, allora nell’immaginario l’idea di priorità prende il posto a quella di incombenza o di contigenza,  e il tutto riesce a creare un meccanismo virtuoso di funzionalità e buone pratiche. E alla fine il target principale e quelli secondari non potranno che accodarsi alla nostra narrazione, un po’ come i milioni di italiani che hanno visto “la grande bellezza”, perché sapevano che il messaggio di promozione che si portava dietro era positivo e quindi non si poteva restare esclusi da un pezzo importante dell’immaginario del momento.

Le piazza italiane non sono solo quelle di De Chirico

Il ruolo della piazza non è un’astrazione, un’elaborazione metafisica.

Le grandi piazze vuote, gli spazi progettati moderni, per esempio quelli di Brasilia, sono quanto di più lontano ci sia dall’umanità che i luoghi storici dovrebbero avere. L’estrapolazione concettuale di uno spazio pittorico è infatti un concetto diametralmente diverso allo sviluppo che invece gli spazi umani hanno avuto nel secolo scorso.

Pensiamo solo alle città ricche di portici e alla vita che brulica sotto di esse, da Torino a Bologna, uno spazio che è il naturale prosequo delle botteghe, vetrina sul mondo della piazza, una sorta di sfondamento della quarta parete che divide il mondo del mercante da quello dell’acquirente.

Eppure i portici moderni non sono così vivi e vissuti, pensiamo a quelli che a Milano collegano Piazza Repubblica alla stazione Centrale. Soffitti alti, negozi soppalcati, spazi fuori scala. Spazi coperti, ma alla fine grandi vie di scorrimento pedonale, scorrimento veloce. Molto diverso dal clima che si respira a Genova. Perché quindi la riprogettazione dello spazio della città durante il XX secolo non riesce a contenere quell’umanità e quel calore che avevano i centri storici fino all’inizio del novecento?

La domanda ha una risposta semplice e forse banale: la ricerca estetizzante del funzionalismo.

Nel primo dopoguerra si fece largo un’idea d’avanguardia sugli spazi architettonici, un’idea urbanistica presente  in modo embrionale e latente sia nel movimento della Metafisica sia nel Bauhaus, ma che negli anni successivi prenderà pienamente corpo con Le Corbusier e Niemyer divenendo poi architrave del modernismo e del pensiero del novecento.

E’ vero che nelle piazze metafisiche c’è fraintendimento tra l’uomo e il monumento, poiché la scultura che resta isolata in questi spazi riflessivi è una metafora della condizione umana nel secolo breve (e non sono in quello), un passaggio ulteriore rispetto alle riflessioni estetiche di Kirchner sulle folle negli spazi pubblici.

In tutto questo però dimentichiamo che le piazze giocano un ruolo fondamentale e che nel contesto contemporaneo possono avere ruoli diversi. Pensiamo a piazza Camerlata a Como con la sua Fontana di Cattaneo oppure a piazza Cadorna a Milano con la scultura-fontana di Gae Aulenti.

Questi spazi progettati sono divenuti per forza di cosa luoghi in cui è il traffico a fare da padrone, spazi in cui è la circolazione a dettare le regole e l’estetica abbellisce quello che può in punti nevralgici della città.

Ma ci sono piazze con fontane diverse, ricordiamo piazza De Ferrari a Genova o largo Cairoli a Milano con la parte davanti all’ingresso del Castello Sforzesco.

Un’altra idea di piazza è quella con il monumento al centro, l’idea classica potremmo dire. A Milano piazza del Duomo con monumento equestre di Ercole Rosa o piazza Cinque Giornate col monumento di Giuseppe Grandi, oppure pensiamo a Roma coi suoi obelischi o le sue fontane (piazza Navona). Luoghi in cui la vita ruota attorno ad un monumento che di quella piazza ne è il simbolo. Vita commerciale, amicizie, il mondo della chiacchiera. Tutto si fa a piedi.

Tutto si fa attorno ad un simbolo.

E non è un caso che l’Italia risorgimentale abbia riempito le piazze di questi simboli, perché attorno a questi la nazione riunita poteva riconoscersi, fossero i sovrani, Mazzini o Garibaldi.

Poi ci sono le piazze con gli alberi, ma non in mezzo, ma attorno, a Massa, Carrara, Chiavari e Sestri Levante, antiche e moderne.

Poi ci sono le piazze vuote, quelle d’ispirazione metafisica. Pensiamo non solo a quelle di De Chirico, come la piazza di Ferrara o di Vigevano. Piazza grandi e vuote. Piazze attorno cui però sorgono portici con le loro botteghe.

Non tutte le piazze restano vuote: a Bologna determinate piazze sono destinate alla sosta dei taxi o ad Alessandria dove piazza Garibaldi resta un posteggio.

Molti comaschi ricorderanno invece quello strano lastricato al centro di piazza San Fedele, dove al sabato si radunano le bancarelle, memoria dell’antico mercato del grano. E che dire invece degli spazi non risolti, o forse mal risolti, di piazza Cavour, orfana di una fontana ormai persa, e piazza Roma? Forse la natura di antichi porti, rispettamente porto commerciale e porto militare del governatore, li rende per conformazione stessa dei contenitori: prima di barche oggi di auto. Certo piazza Cavour non è più un posteggio, ma eliminandone questa funzione, eliminando il monumento centrale attorno a cui ruota la vita, è difficile capire a che cosa servano. Di fatto una grande piazza vuota di ispirazione metafisica, non può funzionare.

Le moderne piazza, seppur contornate da portici, rischiano di finire come piazzetta Pascarella a Quarto Oggiaro, set del degrado, perché non ci sono simboli di aggregazione attorno cui la comunità si può riconoscere. Le grandi e piccole piazze dei centri storici, quelle davanti alle cattedrali, ma anche quelle civili, come piazza Verdi a Bologna, hanno un loro senso anche vuoti, perché sono “sagrati” . Una piazza quindi può essere spazio di aggregazione se c’è una motivazione per passarci in mezzo o per passarci intorno. Un monumento o dei portici sono condizioni necessarie perché la vita commerciale e sociale si riprenda spazi che sono tutto il contrario dei non luoghi post-moderni. Non c’è ibridazione che tenga, anche se la ormai più che adulta Piazza Italia di C.Moore a New Orleans, pur essendo una provocazione, rispetta i canoni che abbiamo visto un po’ dappertutto nella penisola, sia nelle piazze di epoca comunale sia in quelle di epoca barocca.

In sostanza potremmo dire ogni piazza che funziona è un archetipo,  un posto da frequentare se c’è un qualcosa in cui riconoscersi e attorno cui poter sostare.

Le città di domani e l’autosufficienza alimentare

L’autosufficienza alimentare è un problema che esiste da sempre per le città.

Che cosa impedisce ad un paese agricolo come il nostro di dare risposta al fabbisogno principale attraverso il settore primario? Un’analisi viene fatta quest’autunno qui. Gianni Gnudi diceva chiaramente:

Temo che per l’Italia l’autosufficienza alimentare non sia più possibile, almeno non per la maggior parte dei prodotti. Di conseguenza penso che l’obiettivo al momento sia un altro: mantenere quello che ancora c’è da un punto di vista agricolo. Ci sono infatti settori agricoli strategici che stiamo rischiando di perdere. Pensiamo a quello della frutta, già persa in diverse aree del Paese: la pesca romagnola, ad esempio, che adesso è, di fatto, spagnola“.

Eppure una nazione come la Russia ha deciso di cambiare rotta, puntando, forse senza riuscirci a questo obiettivo, poiché appunto una politica industriale seria parte proprio dall’agricoltura e dall’indotto annesso (tutta l’industria di trasformazione per esempio). Il passo è forse più lungo della gamba per Mevdev, ma di certo un segnale per un problema serio del XXI secolo, che corre parallelo all’esigenza di acqua per il sistema agricolo.

Può la città autosostenersi? Abbiamo gli esempi di Italia Nostra e quelli ampiamente rodati della Colombia che possono farci capire che la tendenza di una parte del mondo corre in questa direzione. Direzione presa anche da Todmorten, piccolo borgo dello Yorkshire, e iniziata a Newcastle ormai sette anni fa.

La città nell’immaginario collettivo futuro ha subito un radicale cambiamento. Dieci anni fa si parlava costantemente di verde verticale, che non si è praticamente mai realizzato, anzi a sostituirsi a questa idea così articiale è arrivata invece quella dell’agricoltura urbana. Sembra che il passaggio successivo infatti sia quello di uscire dalla dimensione della sussistenza portandosi invece a quello dell’organizzazione.

Un esempio storico che potrebbe farci vedere in modo diverso il futuro della grandi città-stato (perché le moderne megalopoli questo sono) è il sistema agricolo di Tenochtitlan, che poteva sostenersi in maniera autonoma grazie ad un ignegnoso sistema di zattere-orto, dette chinampa. Una grande città può essere autonoma e prospera se ha un sistema sostenibile per la sua alimentazione (e un rapporto diverso tra città e campagna).

Ovviamente la riflessione che emerge dalla crescente attenzione nella cultura non mainstream verso i fenomeni agricoli (dagli orti urbani al guerrilla gardening) mostra una contraddizione della società e un’esigenza presente in modo più o meno latente in questo scenario post industriale che attraversa l’inizio del XXI secolo. Possibile che in futuro si darà maggiore attenzione all’agricoltura anche laddove questa era stata snobbata o abbadonata?

In Giappone a Fukushima la  Fujitsu prevede un progetto di agricolutura idroponica all’interno di un suo stabilimento per uscire dalla grave crisi che ha toccato la regione, in un’ottica prettamente nipponica che è quella della zaibatsu e che forse in questo segmento può avere una sua ragion d’essere (difficilmente aziende minori avrebbero i capitali finanziari da investire anche solo in via sperimentale).

Possibile e forse auspicabile. Perché nello paesaggio deindustrializzato italiano un pensiero potrebbe passarci dalla mente: siamo stati per secoli senza industria. Può darsi che questo modello sia solo un passaggio nella storia. L’idea di un percorso linea e progressivo probabilmente appartiene ad una cultura che non è più la nostra (perché abbiamo visto che non è così) e nei fatti occorre trovare le soluzioni per una via alternativa a immaginare le città di domani.

Oggi è la giornata della memoria

Oggi è la giornata della memoria.

Memoria di uno squarcio nel XX secolo e purtroppo solo l’apice di una consuetudine che appartiene alla natura umana, che spesso sa è essere tanto geniale e gentile, quanto violenta e mostruosa. L’eccidio nei campi di concentramento di milioni di esseri umani dimentica però un particolare, che si tende a far passare come marginale. Lo sterminio pianificato non solo degli ebrei, ma anche delle popolazioni Rom e Sinti, dei prigionieri politici, dei forzati stranieri, dei testimoni di Geova, degli omosessuali, degli asociali e dei criminali comuni, spesso complici dei loro stessi carnefici, ebbe anche un risvolto economico su cui solitamente si tende a soprassedere.Ma nel campo di concentramento i Auschwitz,  nel campo di sterminio Birkenau, nel campo di lavoro a Monowitz, non c’è certo dietro la follia, ma un chiaro piano razionale e lucido e amorale per avere forza lavoro gratuita e al tempo stesso l’eliminazione di qualsiasi nemico. La politica di conquista connotata dalla vocazione alla pulizia etnica e  allo schiavismo portata all’estremo dal nazifascismo, ha purtroppo radici lontane e manifestazioni oggigiorno, anche nel recente passato, pensiamo alla ex Jogoslavia o ai conflitti africani

Credo si debba fare una riflessione in merito a questo.

Qualcuno da questi crimini ci ha guadagnato e si è arricchito. E’ successo allora e succede ancora adesso in giro per il mondo.

Ci sono ragioni profonde dietro il razzismo: l’odio etnico o religioso sono solo un pretesto per motivare l’arroganza e la prepotenza di alcuni invidui. Per evitare che tutto questo si ripeta è necessario quindi non dimenticare. Oggi come il 25 Aprile. Di fronte al ripeteresi di certi fatti non possiamo nasconderci dicendo che siamo gente tollerante, perché se devi tollerare qualcuno, allora non c’è il senso di rispetto, che deve essere il collante della nostra società.

 

 

L’America dimenticata, un libro di Lucio Russo

L’America dimenticata, edito da Mondadori Università, potrebbe sembrare dal titolo qualcosa che si può collegare al filone sensazionalistico, una parte della letteratura commerciale che è solita sfornare quando scarseggiano le idee.

Invece si tratta del testo tra i più innovativi letti di recente per quanto riguarda l’analisi della cultura occidentale e di come essa si sia sviluppata negli ultimi duemila anni.

Il fulcro della digressione di Lucio Russo, l’autore, verte sulle catastrofiche conseguenze della caduta di Cartagine dopo il 145 a.C. che vede venire meno il patrimonio ellenistico per quanto riguarda l’aspetto scientifico, che non verrà compreso dai conquistatori romani e dunque dimenticato nei meandri della storia.

Un’interessante analisi su quanto potesse essere elevata la cultura ellenistica nella sponda meridionale del Mediterraneo passando da Cartagine, a Cirene ad Alessandria, ci mostra una dimensione spesso sottovalutata del pensiero antico, che non era affatto approssimativo come spesso si tende a credere, ma anzi aveva in un certo qual modo trovato una strada che verrà poi ritrovata solo secoli dopo da Galileo e da Cartesio.

Il testo si dilunga in modo coinvolgente nel tratteggiare molto le conoscenze cartografiche antiche dovute all’utilizzo di rotte commerciali non battute dai romani lungo l’atlantico.

Incredibile è la velata tesi dell’autore: di fatto la perdita di nozioni non avviene con la fine dell’impero romano, ma con il suo inizio. Nel testo infatti emerge una scientificità fino a ieri poco accreditata negli antichi, greci e popolazioni ellenizzate, ma che invece mostra, dati alla mano, quanto i calcoli e la conoscenza del globo fossero avanzate in epoca ellenistica.

Di fatto l’invasione romana delle coste meridionali del Mediterraneo fece venire meno tutto quello che la cultura ellenistica aveva diffuso nel campo della cartografia attraverso l’uso della matematica: i romani infatti temendo di navigare nelle acque dell’Atlantico sottovalutarono o dispersero importanti documenti riguardanti ciò, che tuttavia rimasero patrimonio di pochi nelle terre all’estremo occidente dell’impero; proprio quelle terre da cui Colombo salperà secoli dopo e da cui probabilmente salparono i prime “occidentali”, che furono probabilmente Fenici o Cartaginesi di Tartesso. Il risultato fu che perdendo le nozioni cartografiche, si restrinsero forzatamente le dimensioni del globo, poiché si confusero le “Isole Fortunate” con le Isole Canarie, poiché entrambe stavano al di là delle Colonne d’Ercole.Russo mostra infatti come “l’errore di Tolomeo”  dovuto a questa mancata informazione restrinse il mondo, ovvero quella che era considerata l’ecumene.Le Isole Fortunate, come dimostra in modo esaustivo Russo, sono con molta probabilità le piccole Antille, scoperte probabilmente dai Fenici o da discendenti punici. Infatti è dimostrato da mosaici pavimentali e sculture che in epoca ellenistica anche i romani fecero commercio di ananas, frutto esotico proveniente da isole lontane, ma al di là dell’Atlantico.Inoltre è molto interessante notare che gli europei nel XVI secolo trovarono nelle isole caraibiche e nella America centrale delle galline, in particolare una varietà di origine asiatica ormai reinselvatichita: “chi le aveva portate al di là dell’oceano?”

Si domanda Lucio Russo. E la risposta viene data forse dall’analisi genetica.Le popolazioni precolombiane native non hanno tracce genetiche in comune con altre etnie, se non una piccola parte presente nello Yucatan, che hanno stranamente punti in comune con popolazioni mediterranee. Russo fa notare che le prove in questioni sono molto tirate per i capelli, ma se si analizza il mito fondativo del Popol Vuh che parla appunto della migrazione del popolo K’iche’ e del rapporto con strane popolazioni “barbute” provenienti da oriente, al di là del mare.

Considerando che le popolazioni native sono sostanzialmente glabre, la reminiscenza nel mito di contatti con popolazioni irsute provenienti da oriente, considerando quanto abbiamo detto fino ad ora, pare possibile. E’ interessante anche una digressione che nella conclusione del testo Russo fa in merito al gioco della palla, presente nella mesoamerica con palle di gomma, e alla loro presenza nell’area mediterranea con palle di pezza.  Se la Nausica dell’isola dei Feaci fosse il frutto letterario di quelle che erano antichi ricordi dei primi pionieri che si erano spinti nelle isole oltre le colonne d’Ercole; del resto Strabone, nella sua Geografia,  colloca l’isola di Scheria proprio nel mezzo dell’Oceano Atlantico, al pari di Ogigia, l’isola della ninfa Calipso, anch’essa descritta come isola paradisiaca (tropica?). Infatti se si pensa che le narrazioni tradizionali evidenziano i Feaci come un popolo che vive in un locus amoenus, in condizioni di felicità e prosperità, caratteri che rimarcano per contrapposizione le dure condizioni di vita a cui sono sottoposti i Greci, non c’è da meravigliarsi se quest’isola fosse la riproposizione letteraria di un luogo esotico caraibico, frutto dei racconti di coloro avevano attraversato l’oceano Atlantico.

« Il re d’Egitto Neco (…) inviò dei Fenici su delle navi con l’incarico di attraversare le Colonne d’Eracle sulla via del ritorno, fino a giungere nel mare settentrionale e così in Egitto. I Fenici, pertanto, partiti dal Mare Eritreo, navigavano nel mare meridionale; (…) cosicché al terzo anno dopo due trascorsi in viaggio doppiarono le Colonne d’Eracle e giunsero in Egitto »

(Erodoto, Storie – Libro quarto).

Se i Fenici avevano navigato per l’Oceano Indiano, doppiato da est il Capo di Buona Speranza, risalendo poi per l’Atlantico, è chiaro che avrebbero potuto benissimo dirigersi al di là delle Azzorre ben prima che lo facesse Colombo.

E Colombro risalì all’idea di raggiungere l’oriente passando l’Atlantico recuperando antichi testi ellenistici provenienti da Costantinopoli e fino ad allora considerati letteratura sui generis.Russo fa riferimento inoltre anche all’isola di Thule, presente nella Geografia di Claudio Tolomeo e della quale si forniscono le coordinate (latitudine e longitudine) delle estremità settentrionale, meridionale, occidentale e orientale: seguendo le coordinate che pongono le Isole Fortunate nelle Piccole Antille, Thule viene a trovarsi in Groenlandia.E come sappiamo ormai che storicamente, grazie alla Saga degli islandesi, un certo Gunnbjörn Ulfsson finito alla deriva, avvistò le coste dell’America settentrionale verso la fine del X secolo.Pitea,  tra i primi uomini del Mediterraneo a esplorare le Isole britanniche,  in epoca classica vide quello che l’islandese scoprì secoli dopo:

« Pitea parla anche di acque intorno Thule e di quei posti dove la terra, propriamente parlando, non esiste più, e neppure il mare o l’aria, ma un miscuglio di questi elementi, come un “polmone marino”, nel quale si dice che la terra e l’acqua e tutte le cose sono in sospensione come se questo qualcosa fosse un collegamento tra tutti questi elementi, sul quale fosse precluso il cammino o la navigazione. »                                                                                                                          Strabone

Pitea avendo visto la formazione della banchisa in prossimità del circolo polare artico,  afferma anche che Thule era un paese agricolo che produceva miele. La popolazione mangiava frutta e beveva latte, e fabbricando una bevanda fatta di grano e miele.  Specifica inoltre che erano presenti granai all’interno dei quali effettuavano la trebbiatura dei cereali, a differenza dell’Europa meridionale, dove la pratica era svolta all’aperto. Probabilmente le indiscrezioni sulle popolazioni di Thule fanno riferimento a quelle delle isole britanniche, ma le coordinate geografiche e la descrizione del mare ghiacciato, sono un forte indizio del fatto che Pitea si sia spinto molto a occidente, proprio come fece secoli dopo Gunnbjörn Ulfsson.In conclusione l’America dimenticata è un saggio davvero ricco di spunti per guardare con un punto di vista nuovo la storia e la dimensione geografica del mondo.

 

Distinguere il fondamentale dal relativo: l’eredità di Dossetti

Ve lo ricordate l’uomo che verrà di Giorgio Diritti?  Strane coincidenze capitano leggendo qua e là quello che tocca in sorte a certi luoghi nella storia.                     Nel cimitero di Montesole dopo cinquant’anni dalla strage dei nazifascisti, Giuseppe Dossetti decise di farsi seppellire, lassù nei monti di Marzabotto, dove ne si era perpetrata quell’infamia, dove anche venne ucciso oltre alle decine di civili, anche il parroco, don Ubaldo Marchioni, di cui lo stesso Dossetti conservava la pisside con incastrata una pallottola.

Scoprire che anche nella morte, nella scelta del luogo della propria sepoltura si possa dare un segnale politico forte, fa pensare che uomo fosse quel sacerdote così attento ai temi sociali. Un uomo capace di immaginare una politica diversa, anche nella forma stessa dello Stato, con una Costituzione che raccontava il paese che sarebbe venuto, in modo diverso. Un uomo capace di distinguere cosa è fondamentale da cosa è relativo.

Come associare più compiutamente gli individui alla vita dello Stato?

A questa domanda di Dossetti la risposta sono i partiti. Ma non bastano Stato, partiti e invidui per avere una visione soddisfacente, occorre anche analizzare la società nel suo insieme, in particolare nelle istanze di spontaneismo che sono alla base delle mobilitazioni della società stessa e anima della politica. La volontà di rendere consapevole la partecipazione è valida ancora oggi ed è forse il problema cardine per cui la politica arranca: chi è consapevole trova poco spazio laddove il dibattito è spesso assente. Ed è da questa capacità di discussione, di sapersi mettere in discussione, accettare il voto democratico e continuare a fare politica, che si deve ricominciare a farla, la politica.

E’ ammirevole la lungimiranza soprattutto di queste parole verso la società, se pensiamo che vengono da un sacerdote. Un sacerdote però capace di immaginare una società come una chiesa diversa da quella che si era vista dalla rivoluzione francese in poi e che era necessario si adeguasse ai tempi.

Se non eravamo in grado di diventare dei bravi cristiani, almeno fossimo stati dei bravi cittadini.

Parole che fanno capire come fosse  intrinseca nella sua vita, e forse al suo essere emiliano aggiungo io, l’idea stessa che c’erano sempre più vie da scegliere e come la sua formazione religiosa gli aveva insegnato, che quella più semplice probabilmente non era quella giusta. E la politica di oggi dovrebbe ricordarsi anche di questo. Immaginare il futuro senza dimenticare il passato.