Category Archives: Cosmopolitismo

Je suis charlie

– Qui vivevano ebrei, mussulmani, eretici, cattolici.
– La cultura d’Oc a un certo punto l’hanno quasi ammazzata. Sai perchè?
– Perché?
– Perché era gente tollerante
– A me la parola tolleranza non piace; se devi tollerare qualcuno non c’è il senso di uguaglianza.

E’ un significativo dialogo de “Il vento fa il suo giro” di Giorgio Diritti, film del 2005 che spiega cosa sta succedendo oggi e che ci pone come forze progressiste ad analizzare seriamente il tema della tolleranza, della libertà di opinione che ha reso emancipata e libera l’Europa e ha permesso il progresso nella moderna società occidentale per come la vediamo oggi. La tolleranza  (reciproca) non basta, perché se manca il senso di rispetto, gli uomini repressi prima o poi si vogliono vendicare. E come sappiamo la vendetta non porta che ad altre vendette e il sangue sparso è sempre inutile.

L’altro giorno ho condiviso l’articolo di Marina Terragni sulla libertà delle donne a sopravvivere con il velo nel mondo arabo e sul fatto che le forze progressiste hanno tanto tergiversato troppo a lungo. Ahimè è vero.

Pensiamo alla retorica -spesso superficiale- di quello che accade ai cristiani nei paesi islamici che appare nei dibattiti televisivi o negli slogan di chi magari non sa nemmeno cosa succede al di là del mare. Da ottanta anni gli zabalin, i copti d’Egitto, sono stati costretti ai margini della società del Cairo: spinti a vivere e a costruire le loro case in quello che è stato il cimitero dei Mamelucchi, esclusi dai lavori, costretti a vivere riciclando rifiuti. Prima della caduta di Mubarak con la scusa dell’influenza suina h1n1 sono stati uccisi tutti i maili che allevavano con la frazione organica dei rifiuti raccolti e la loro condizione di miseria non è potuta che aumentare.  Impedire la libertà religiosa nel mondo occidentale non è che rende più liberi i cristiani perseguitati. Ma pare che questo sia poco comprensibile a chi prova a speculare e le cui soluzioni politiche non hanno affatto diminuito o arginato il problema del fondamentalismo religioso sotto forma di terrorismo armato.

Il problema evidente è che dal colonialismo in poi le peggiori dittature, laiche o teocratiche, del mondo islamico hanno avuto sempre l’appoggio più o meno tacito dei poteri economici dell’occidente (in Egitto per esempio) e quando queste dittature si sono svincolate la parte sana e liberale della società era già stata abbondantemente repressa. Basta vedere cinquanta anni fa la vicenda di Mossadeq in Iran o più di recente il naufragare delle primavere arabe a favore di militari o forze islamiste.

Pensiamo al Kurdistan, Pakistan e all’occupazione del Kashmir, alla Libia, al Mali. Pensiamo all’ignoranza dei fanatici africani che negli anni scorsi hanno bruciato preziosi testi sacri islamici a Timbusctù e che sono stati salvati dalla lungimiranza di altri mussulmani lungo un pericoloso percorso sul fiume Niger. Pensiamo a tutti gli esuli mussulmani liberali che sono costretti a lasciare i loro paesi perché intere nazioni affondano nella corruzione e in fanatismo senza giustificazioni. Tanti rifugiati politici sono riparati in Italia e in Europa ed è loro che dobbiamo sostenere per rendere le loro nazioni libere dal terrore e dal fondamentalismo.

Abbiamo visto che l’esperienza dell’unilateralismo dell’era Bush della democrazia esportata a suon di bombe non ha fermato e non ha che aggravato l’escalation del fondamentalismo islamico proprio in quelli che erano i cosiddetti “stati canaglia”. Quella non è la soluzione, mi pare evidente.

E per concoludere non posso che dire che mi riconosco nel pensiero riportato ieri da Ilda Curti. Assessore del comune di Torino
“ Uno dei due poliziotti barbaramente trucidati si chiamava Ahmed e serviva, da poliziotto, il suo paese. Da un lato ci sono i barbari assassini feroci, dall’altro, tutti gli altri nessuno escluso. La frontiera del “noi” e “loro” è tutta qui. Barbari assassini contro il resto del mondo. ‪#‎charlieHebdo‬”

 

je suis charlie

I gufi e la nottola di Minerva

Di questi tempi si evocano troppo spesso gli uccelli del malaugurio, tra l’altro appellativo dovuto al loro canto cupo, che dovrebbe portare sfortuna in quanto messaggero di morte. La tradizione popolare vuole infatti che abbia assistito alla morte di Cristo sul Golgota.

Però non è sempre così: per esempio nel nord Europa e in Giappone (paesi che ci dovrebbero sempre insegnare molto) l’animale è un porta fortuna e nell’immaginario della fiaba si associa sempre saggezza unita ad una certa scontrosità. Per non parlare poi della civetta, la nottola di Minerva, simbolo della saggezza: glaucopide e capace di vedere al buio, quindi capace di trovare la verità. Secondo questo principio, poiché al calare del crepuscolo che la nottola spicca il suo volo, Hegel ritiene che la filosofia arrivi sempre troppo tardi. Probabilmente è vero, ma questo non vale per la politica.

Infatti i famosi politici strigiformi, profeti di sventura, consacrati a Cassandra, hanno il vizio di arrivare a cose fatte dicendo “ve l’avevo detto”, quando ormai le uova sono rotte tutte. Del resto perché non entrare nel merito, cercando la mediazione, quella vera, al posto di giocare il tiro alla fune? Questo fino ad oggi non si è capito. Oppure si è capito benissimo.

Però ricordiamo che i grandi leader, direi perfino i grandi leader, hanno trovato il gelo delle steppe russe, gli elefanti in India, le loro Canne, le loro Waterloo. Perfino loro.

È quindi ci stupiamo che i piccoli leader non possano trovare burrasca in quello che oggi invece è un bicchiere d’acqua il cui rischia di affogare ogni rapporto col dissenso interno? Trattare i propri compagni di viaggio al pari degli avversari politici, non è solo un grosso errore, ma una fossa che ci si scava da soli. Una volta esauriti quelli che entrano nel merito delle questioni, che dicono le cose come stanno, restano quelli fedeli al capo, i pretoriani coi ranghi serrati. Ma la storia ci insegna che è proprio in mezzo a questi fedelissimi che si alimentano le congiure. Del resto in un’epoca in cui si apprezza la fedeltà alla lealtà, dove spesso sono individui più fedeli al capo di turno che alla moglie, allora qualcosa che non va c’è.

Ma la colpa qualcuno ce l’ha. E sovente si suole darla agli strigiformi di turno, che hanno menato rogna -diciamocelo- piuttosto che darla a chi ha la responsabilità. in quel momento.

Il nuovo centrosinistra 20 anni prima

Leggo con grande stupore -prima di oggi ignoravo questa vicenda- che nel 1994 dopo l’inaspettata sconfitta della coalizione dei progressisti, che Alexander Langer volesse correre per la segreteria del PDS in sostituzione di Achille Occhetto. Lo dice lo stesso Langer in un articolo dell’epoca inserito nella raccolta Il viaggiatore leggero.

Interessante l’analisi delle debolezze e delle mancanze della sinistra, le stesse di oggi, in particolare in riferimento ad un problema dei sentimenti comuni, uno su tutti la compassione al posto della sola passione. Pensiero che appartiene grazie a Langer scopro appartenere a Willy Brandt e in cui io oggi nel 2014 mi ci ritrovo molto, accorgendomi che nei lustri precedenti poco è stato fatto. Credo che oggi Lander e molte delle sue idee vivano nel PD, come lo stessi Renzi abbia ricordato, forse in modo non adeguato qualche tempo fa. Certo è che come diceva lo stesso Langer la vecchia sinistra legata al PCI e a quel pensiero strutturato, all’organizzazione stessa isolata dalla società civile, che di fatto limitata venti anni fa i DS alla non rappresentanza di molte istanze della sinistra nuova, oggi è ancora una zavorra non indifferente per quello che siamo soliti chiamare centrosinistra. La cultura cattolica, quella ecologista, quella femminista, quella dei diritti, quella del paesaggio e della cultura sono ciò che caratterizza un moderno partito progressista, che lavorando insieme, appunto con la compassione, etimologicamente interpretata, il sentire comune appunto, sono come le dita di una mano che lavorano insieme (per dare un pugno o per fermarlo). Il problema quindi della sinistra sta nella sua doppia natura, formata da parte partitica, dove stanno i politici, e da movimenti, dove sta la società civile: entrambi fanno politica, ma la struttura dei primi e la liquidità dei secondi rende difficile essere efficienti. E l’idea di rendere liquidi i partiti stessi è ormai dimostrata come deleteria per la politica, poiché chi comanda in un partito così poco strutturato, diventa estremamente propagandista, più burocrate e meno relazionato alla base stessa. Ho sentito dire proprio da Walter Tocci che il problema sta nel relazionarsi tra corpi intermedi e la base, perché il problema della sinistra oggi è superare la fiducia della delega in bianco (e scimmiottamenti del centralismo democratico), poiché la consultazione crea maggiore legame e legittimazione, anzi dovrebbe essere proprio questo lo scopo di chi ha un ruolo apicale, “sentire come la pensa la propria gente”, poiché appunto pensa e ciascuno lo fa in modo diverso.

Le politiche di prossimità, quelle che pongono i bisogni degli invidui come elementi in relazione di una comunità, sarebbero dovute sorgere molto tempo fa, invece restando latenti ed emergendo man mano come necessità “di nicchia” solo dopo l’avvento della bolla speculativa americana nel 2008, restano per ora un patrimonio minoritario, ma al tempo stesso una preziosa cerniera di sviluppo per la sinistra.

Per politiche di prossimità si intende tutto quel patrimonio di sensibilità che toccano l’uomo e il suo contesto, l’ambiente in cui vive, il paesaggio che lo circonda, la rete di relazione e i luoghi in cui queste possono avvenire: una condizione  in cui la politica dovrebbe soddisfare i bisogni sia del singolo sia del gruppo è molto simile al pensiero di Langer sulla coesistenza di individui di etnie, lingue e culture diverse.

Leggendo non ricordo dove scoprì che una della accuse che qualcuno additò tra le cause del crollo della Ex Jugoslavia fu la rottura del modello socialista di Tito. Sicuramente quel modello aveva numerosi difetti, ma il fatto stesso che ci accingiamo ad una svolta molto forte per il futuro dell’Europa ci deve fare riflettere. Una grande sfida che la memoria di Langer, che potremmo forse dire sia uno degli ispiratori del PD, forse a sua insaputa, vista anche la recente citazione da parte di Renzi. Una sfida che deve ripartire dal modello originario di uguaglianza che lo Stato Sociale porta dentro di sé.  Un nuovo modello, rossoverde come mi piace pensare, che connoti l’Europa di domani, dove la condivisione, la cultura del paesaggio e del progetto caratterizzino una sinistra nuova, vera, pluarale e liberale.

Oggi è la giornata della memoria

Oggi è la giornata della memoria.

Memoria di uno squarcio nel XX secolo e purtroppo solo l’apice di una consuetudine che appartiene alla natura umana, che spesso sa è essere tanto geniale e gentile, quanto violenta e mostruosa. L’eccidio nei campi di concentramento di milioni di esseri umani dimentica però un particolare, che si tende a far passare come marginale. Lo sterminio pianificato non solo degli ebrei, ma anche delle popolazioni Rom e Sinti, dei prigionieri politici, dei forzati stranieri, dei testimoni di Geova, degli omosessuali, degli asociali e dei criminali comuni, spesso complici dei loro stessi carnefici, ebbe anche un risvolto economico su cui solitamente si tende a soprassedere.Ma nel campo di concentramento i Auschwitz,  nel campo di sterminio Birkenau, nel campo di lavoro a Monowitz, non c’è certo dietro la follia, ma un chiaro piano razionale e lucido e amorale per avere forza lavoro gratuita e al tempo stesso l’eliminazione di qualsiasi nemico. La politica di conquista connotata dalla vocazione alla pulizia etnica e  allo schiavismo portata all’estremo dal nazifascismo, ha purtroppo radici lontane e manifestazioni oggigiorno, anche nel recente passato, pensiamo alla ex Jogoslavia o ai conflitti africani

Credo si debba fare una riflessione in merito a questo.

Qualcuno da questi crimini ci ha guadagnato e si è arricchito. E’ successo allora e succede ancora adesso in giro per il mondo.

Ci sono ragioni profonde dietro il razzismo: l’odio etnico o religioso sono solo un pretesto per motivare l’arroganza e la prepotenza di alcuni invidui. Per evitare che tutto questo si ripeta è necessario quindi non dimenticare. Oggi come il 25 Aprile. Di fronte al ripeteresi di certi fatti non possiamo nasconderci dicendo che siamo gente tollerante, perché se devi tollerare qualcuno, allora non c’è il senso di rispetto, che deve essere il collante della nostra società.

 

 

L’America dimenticata, un libro di Lucio Russo

L’America dimenticata, edito da Mondadori Università, potrebbe sembrare dal titolo qualcosa che si può collegare al filone sensazionalistico, una parte della letteratura commerciale che è solita sfornare quando scarseggiano le idee.

Invece si tratta del testo tra i più innovativi letti di recente per quanto riguarda l’analisi della cultura occidentale e di come essa si sia sviluppata negli ultimi duemila anni.

Il fulcro della digressione di Lucio Russo, l’autore, verte sulle catastrofiche conseguenze della caduta di Cartagine dopo il 145 a.C. che vede venire meno il patrimonio ellenistico per quanto riguarda l’aspetto scientifico, che non verrà compreso dai conquistatori romani e dunque dimenticato nei meandri della storia.

Un’interessante analisi su quanto potesse essere elevata la cultura ellenistica nella sponda meridionale del Mediterraneo passando da Cartagine, a Cirene ad Alessandria, ci mostra una dimensione spesso sottovalutata del pensiero antico, che non era affatto approssimativo come spesso si tende a credere, ma anzi aveva in un certo qual modo trovato una strada che verrà poi ritrovata solo secoli dopo da Galileo e da Cartesio.

Il testo si dilunga in modo coinvolgente nel tratteggiare molto le conoscenze cartografiche antiche dovute all’utilizzo di rotte commerciali non battute dai romani lungo l’atlantico.

Incredibile è la velata tesi dell’autore: di fatto la perdita di nozioni non avviene con la fine dell’impero romano, ma con il suo inizio. Nel testo infatti emerge una scientificità fino a ieri poco accreditata negli antichi, greci e popolazioni ellenizzate, ma che invece mostra, dati alla mano, quanto i calcoli e la conoscenza del globo fossero avanzate in epoca ellenistica.

Di fatto l’invasione romana delle coste meridionali del Mediterraneo fece venire meno tutto quello che la cultura ellenistica aveva diffuso nel campo della cartografia attraverso l’uso della matematica: i romani infatti temendo di navigare nelle acque dell’Atlantico sottovalutarono o dispersero importanti documenti riguardanti ciò, che tuttavia rimasero patrimonio di pochi nelle terre all’estremo occidente dell’impero; proprio quelle terre da cui Colombo salperà secoli dopo e da cui probabilmente salparono i prime “occidentali”, che furono probabilmente Fenici o Cartaginesi di Tartesso. Il risultato fu che perdendo le nozioni cartografiche, si restrinsero forzatamente le dimensioni del globo, poiché si confusero le “Isole Fortunate” con le Isole Canarie, poiché entrambe stavano al di là delle Colonne d’Ercole.Russo mostra infatti come “l’errore di Tolomeo”  dovuto a questa mancata informazione restrinse il mondo, ovvero quella che era considerata l’ecumene.Le Isole Fortunate, come dimostra in modo esaustivo Russo, sono con molta probabilità le piccole Antille, scoperte probabilmente dai Fenici o da discendenti punici. Infatti è dimostrato da mosaici pavimentali e sculture che in epoca ellenistica anche i romani fecero commercio di ananas, frutto esotico proveniente da isole lontane, ma al di là dell’Atlantico.Inoltre è molto interessante notare che gli europei nel XVI secolo trovarono nelle isole caraibiche e nella America centrale delle galline, in particolare una varietà di origine asiatica ormai reinselvatichita: “chi le aveva portate al di là dell’oceano?”

Si domanda Lucio Russo. E la risposta viene data forse dall’analisi genetica.Le popolazioni precolombiane native non hanno tracce genetiche in comune con altre etnie, se non una piccola parte presente nello Yucatan, che hanno stranamente punti in comune con popolazioni mediterranee. Russo fa notare che le prove in questioni sono molto tirate per i capelli, ma se si analizza il mito fondativo del Popol Vuh che parla appunto della migrazione del popolo K’iche’ e del rapporto con strane popolazioni “barbute” provenienti da oriente, al di là del mare.

Considerando che le popolazioni native sono sostanzialmente glabre, la reminiscenza nel mito di contatti con popolazioni irsute provenienti da oriente, considerando quanto abbiamo detto fino ad ora, pare possibile. E’ interessante anche una digressione che nella conclusione del testo Russo fa in merito al gioco della palla, presente nella mesoamerica con palle di gomma, e alla loro presenza nell’area mediterranea con palle di pezza.  Se la Nausica dell’isola dei Feaci fosse il frutto letterario di quelle che erano antichi ricordi dei primi pionieri che si erano spinti nelle isole oltre le colonne d’Ercole; del resto Strabone, nella sua Geografia,  colloca l’isola di Scheria proprio nel mezzo dell’Oceano Atlantico, al pari di Ogigia, l’isola della ninfa Calipso, anch’essa descritta come isola paradisiaca (tropica?). Infatti se si pensa che le narrazioni tradizionali evidenziano i Feaci come un popolo che vive in un locus amoenus, in condizioni di felicità e prosperità, caratteri che rimarcano per contrapposizione le dure condizioni di vita a cui sono sottoposti i Greci, non c’è da meravigliarsi se quest’isola fosse la riproposizione letteraria di un luogo esotico caraibico, frutto dei racconti di coloro avevano attraversato l’oceano Atlantico.

« Il re d’Egitto Neco (…) inviò dei Fenici su delle navi con l’incarico di attraversare le Colonne d’Eracle sulla via del ritorno, fino a giungere nel mare settentrionale e così in Egitto. I Fenici, pertanto, partiti dal Mare Eritreo, navigavano nel mare meridionale; (…) cosicché al terzo anno dopo due trascorsi in viaggio doppiarono le Colonne d’Eracle e giunsero in Egitto »

(Erodoto, Storie – Libro quarto).

Se i Fenici avevano navigato per l’Oceano Indiano, doppiato da est il Capo di Buona Speranza, risalendo poi per l’Atlantico, è chiaro che avrebbero potuto benissimo dirigersi al di là delle Azzorre ben prima che lo facesse Colombo.

E Colombro risalì all’idea di raggiungere l’oriente passando l’Atlantico recuperando antichi testi ellenistici provenienti da Costantinopoli e fino ad allora considerati letteratura sui generis.Russo fa riferimento inoltre anche all’isola di Thule, presente nella Geografia di Claudio Tolomeo e della quale si forniscono le coordinate (latitudine e longitudine) delle estremità settentrionale, meridionale, occidentale e orientale: seguendo le coordinate che pongono le Isole Fortunate nelle Piccole Antille, Thule viene a trovarsi in Groenlandia.E come sappiamo ormai che storicamente, grazie alla Saga degli islandesi, un certo Gunnbjörn Ulfsson finito alla deriva, avvistò le coste dell’America settentrionale verso la fine del X secolo.Pitea,  tra i primi uomini del Mediterraneo a esplorare le Isole britanniche,  in epoca classica vide quello che l’islandese scoprì secoli dopo:

« Pitea parla anche di acque intorno Thule e di quei posti dove la terra, propriamente parlando, non esiste più, e neppure il mare o l’aria, ma un miscuglio di questi elementi, come un “polmone marino”, nel quale si dice che la terra e l’acqua e tutte le cose sono in sospensione come se questo qualcosa fosse un collegamento tra tutti questi elementi, sul quale fosse precluso il cammino o la navigazione. »                                                                                                                          Strabone

Pitea avendo visto la formazione della banchisa in prossimità del circolo polare artico,  afferma anche che Thule era un paese agricolo che produceva miele. La popolazione mangiava frutta e beveva latte, e fabbricando una bevanda fatta di grano e miele.  Specifica inoltre che erano presenti granai all’interno dei quali effettuavano la trebbiatura dei cereali, a differenza dell’Europa meridionale, dove la pratica era svolta all’aperto. Probabilmente le indiscrezioni sulle popolazioni di Thule fanno riferimento a quelle delle isole britanniche, ma le coordinate geografiche e la descrizione del mare ghiacciato, sono un forte indizio del fatto che Pitea si sia spinto molto a occidente, proprio come fece secoli dopo Gunnbjörn Ulfsson.In conclusione l’America dimenticata è un saggio davvero ricco di spunti per guardare con un punto di vista nuovo la storia e la dimensione geografica del mondo.

 

Alexander Langer, un politico europeo

Alexander Langer, qui ben descritto, scoperto grazie ai libri di Guido Viale per me è stata una bellissima sorpresa. Non pensavo potesse esserci stato nella storia recente uno come lui. Uomo di confine, culturale, geografico e linguistico, ma soprattutto politico. Cattolico convertito, di famiglia borghese con padre ebreo e madre cattolica non praticante. Tedesco di lingua italiana. Di sinistra, ma avanti per quelli che erano i canoni del suo tempo. Già europeista, contro i localismi e il nazionalismo. Uno che voleva la pace tra italiani e tedeschi nonostante fosse sudtirolese di Vipiteno, uno che voleva fare il prete tanto aveva scoperto quanto fosse rivoluzionario il messaggio del cristianesimo, glielo impedirono ed entrò in lotta continua; fondo i Verdi e cercò a sinistra una posizione non marxista di dialogo coi cattolici sui temi dei beni comuni. Uno dei primi a combattere per salvare la foresta amazzonica. Uno di quelli che si schierò per la questione jugoslava contro la guerra interetnica, che  perse amicizie perché chiese l’intervento dell’Europa per porre fine al conflitto. Semplicemente un europeo che cercava di essere un ponte di dialogo.

Noi del e nel PD gli dobbiamo tanto anche se non lo sappiamo o ce ne dimentichiamo.

Andrea Zanzotto, una certa idea di paesaggio

Dopo mesi passati in silenzio -coordinare una mozione a livello provinciale non lascia tempo per scrivere- eccomi qui a condividere un bell’articolo sempre sulla questione etica, non meno che estetica che tocca il paesaggio, il linguaggio e perché no, anche la politica.

Una storia di umanità

Una storia di umanità come dice Francesco Tomba.

“Io in Italia sono un operaio, in Senegal sono un intellettuale, sai? In questo momento di crisi nel tuo paese solo gli intellettuali possono moderare. Non devono lasciare che le persone parlino solo di pancia, devono portare il discorso pubblico sul piano della ragione e dei valori”

Parole che contrastano brutalmente con quanto è successo in questi giorni.

Stefano Tosetti ne parla qua riguardo proprio agli incentivi al lavoro, che mettono una pietra tombale su tutti i discorsi di merito che ci hanno ronzato nelle orecchie per anni e anni.

 

Ripartire dall’Ulivo

Ripartire dall’Ulivo. Certo. Ha ragione Antonio Sicilia.

Wir sind die türken von morgen

Credo che tutti noi siamo rimasti colpiti per il colpo di teatro che in questi giorni ha interrotto la routine informativa.

Centinaia di giovani nelle principali città della Turchia manifestano in modo concitato da giorni. Quella che era nata come una protesta ambientalista sta diventando qualcosa di molto più grosso, all’insegna e nonostante le grandi contraddizioni di quel paese.

Personalmente credo che sia la normale evoluzione degli eventi in uno dei paesi con la crescita di PIL più alta nell’area mediterranea. Al pari di questo incremento di crescita economica, vi è quella demografica. Quando un paese è ricco e pieno di giovani, ci sono tante richieste di cambiamento. La Turchia è un paese molto giovane come tutti i paesi mediorientali, ma storicamente aperto alle istanze occidentali, specialmente dai tempi della Guerra Fredda. La sua posizione nella NATO e la profonda  svolta laica nel sistema svolto ai tempi di Ataturk rende la nazione ancor più ricettiva all’occidentalizzazione, specialmente in un contesto come quello attuale dove la globalizzazione la fa da padrone. Tuttavia è chiaro che dopo la primavera araba qua si cerca maggiore libertà e non c’è la richiesta di maggiore islamizzazione delle istituzioni, semmai è il contrario; un paese dove la  destra  è molto forte e attraverso la sua natura conservatrice riesce a tenere in equlibrio la società islamica con il necessario lib con le esigenze minime di laicità. Laicità di facciata e ormai obsoleta, perché non basta usare l’alfabeto latino. Chiaramente una società largamente conservatrice ha dato la maggioranza ad Erdogan il che dovrebbe bastare a pensare che abbia un vasto consenso nel paese. Probabilmente è anche vero.

Il problema è che questo ai giovani non basta più.

Colpa della crescita economica e delle contraddizioni mai risolte potremmo dire. Senza considerare il pericolo e la guerra alle porte della Siria, dove lo scenario politico vede le tensioni alle stelle. Da un lato i regimi Sciiti alleati da Tehran a Bagdad, a Damasco non vedono di buon occhio la fortissima alleanza tra Ankara con gli USA, che gli garantisce un peso militare enorme. Dall’altra parte a sud, i sunniti e in particolare i sauditi gradiscono ancora meno dei turchi questa continuità politico-religosa  in continuità territoriale  dal Mediterraneo al Mar Caspio ai paesi della Costa dei Pirati sul Golfo Persico (chiaramente vicini a Tehran in funzione anti-saudita). Se le primavere arabe sono sbocciate e poi sfiorite sulle rive dei paesi mussulmanni del Mediterraneo, nel resto medioriente la rivolta delle pistole ad acqua in Iran si è trasformata in una guerra vera e propria che infiamma gli altri paesi della mezzaluna fertile. La geopolitica, le logiche militari, l’influenza di USA e Russia poi complicano ancor più uno scenario già difficilissimo da decifrare e descrivere.

Sul futuro dei giovani turchi non ci resta che stare a guardare e sperare: se Atene piange, Sparta non ride.