Category Archives: Cosmopolitismo

La questione est-etica

Dove e quando nascono le miserie della politica italiana? O forse sarebbe meglio dire della società italiana.


Diceva bene qualche mese fa Stefano Boeri a riguardo in un incontro sul tema della bellezza. Esiste un centro storico intorno a cui si sono sviluppate villette a schiera, capannoni, cinema multisala, centri commerciali. E questo vale per ogni paese, città, cittadina. Quasi dappertutto. Quello che colpirebbe una persona che vede le nostre zone a distanza di quaranta anni è proprio la trasformazione radicale del paesaggio. Panorama che non solo fuori di noi, ma anche dentro di noi. Degradato, inquinato e grigio. Dove anche il verde sembra innaturale e consunto. Il consumo di suolo e la cementificazione hanno implicazione antopologiche. Il vuoto è spesso meglio del pieno, ma non se lascia intravedere altro pieno. Perché il disvelamento delle architetture moderne, ispirate mirabilmente alla sezione aurea, non restano che orrendi parallelepidi, moderni massi erratici scagliati per la Brianza e un po’ dappertutto in Lombardia, come nel resto d’Italia purtroppo.  Negli anni ’20 del secolo scorso si diceva “l’arte per tutti”, il bello come imperativo categorico da distribuire alle masse. Ecco questo forse è avvenuto nel manifatturiero, dove spesso c’è intelligenza nella produzione, ma non si è affatto perpetrato nell’edilizia, forse perché la smania di costruire in fretta occupando tutto lo spazio, non ha bisogno poi di pensiero e riflessione, bastano occupare tutte e tre le dimensioni e tirare diritto.

Ovviamente è una questione di civiltà. E l’Italia ha perso. Ha perso, perché il minimo comun denomitare è stato quello di applicare in modo concentrico un modello sbagliato ad ogni centro abitato, che via via si è unito poi a quello vicino, andando a costituire il moderno paesaggio lombardo, anonimo, periferico, sempre uguale e demoralizzante.

Di certo c’è una questione morale e delle responsabilità dietro a questo processo: chi ha voluto che il paesaggio da agricolo si trasformasse in questa direzione sapeva bene cosa stava facendo. Ma non solo, c’è una questione estetica, anzi est-etica come direbbe Gillo Dorfles. Già poiché nella bellezza intrinsecamente c’è anche l’etica. Una cosa bella non può essere fatta senza etica, perché la bellezza stessa che essa sprigiona è la dimostrazione che essa invece è permeata di etica, cultura e capacità.

Quello che costella la moderna periferia è forse la capacità del saper fare, magari in fretta, magari male, ma di certo non ha nulla a che vedere con la bellezza. E si guardi bene che non è affatto una questione ideologica, tutt’altro.

Se io vedo qualcosa di brutto, divento di riflesso io stesso meno positivo e forse pure negativo. Non è un caso che gli esperimenti sociali di abbellimento estetico delle periferie hanno creato attraverso i colori una riduzione della criminalità giovanile e un miglioramento della qualità della vita. In termini di benessere condiviso laddove la bellezza visiva è distribuita nel contesto in cui uno vive, vive meglio, nonostante tutto.

La città è sempre più simile alla periferia di Sironi, solo che con le fabbriche chiuse e dismesse e senza prospettive. Un agonia e una malinconia che restano anche facendo tabula rasa. E dove sono rimaste c’è un profumo quasi sacrale. Ricordo solo gli immensi quadri di Alessandro Papetti che raccontano la forza viscerale delle officine Ile Seguin. Spente ma solenni nel loro monumentale abbandono.

Non sto parlando solo di funzionalismo, che ci deve essere per carità, ma la riduzione alla stato minimo della forma, spesso e volentieri ha provocato il deterioramento dei quartieri così come delle relazioni sociali che in esso erano presenti. Ovviamente in un’ottica progressista gli esempi migliori in questo frangente si vedono dove estetica e socialità si incontrano. Perchè se è vero che il bello fa bene, esso deve anche essere fruibile, distribuibile e non relegato per forza alla musealizzazione.

Anni di politica un po’ sorda, un po’ furba e spesso spudorata ci hanno regalato un ampliamento spropositato della dimensione privata, che partendo proprio dall’abitazione ha esasperato l’individualismo cullato in queste celle autorefernziali, collegate al mondo dal rapporto casa-lavoro-televisione.

Oggi questo stereotipo viene meno con l’avvento dei social-media, che però chiedono qualcosa di molto meno virtuale. Orizzontalità e luoghi di incontro. Che nel mondo reale sono scomparsi. La bocciofila, la casa del popolo, il circolo degli anziani o il centro sociale del paese sono spazi sempre più rari. In questa situazione le dinamiche di gruppo venono castrate e si generano forti contrasti nelle comunità, poiché non sono più abituate a gestire il confronto e i conflitti. Stranamente le occasioni, le uniche di vero confronto, che i gruppi hanno nella nostra contemporaneità una volta finita la scuola, sono le assemblee di condominio. Ecco questo ci dimostra che qualcosa non va. Ci dimostra dove si è rotto il disco della rappresentanza. Non è questione di tempo, non lo è mai. Piuttosto è una questione di spazi. Belli, possibili, fruibili dove ci si possa relazionare e conoscere l’altro, oltre gli stereotipi e il sentito dire.


The Wynwood building a Miami

I MITI GRECI DI ROBERT GRAVES E IL FRAINTENDIMENTO DELLA CLASSICITA’

 

Il mio pezzo su eidoteca

 

 

 

L’altra faccia del Fuorisalone e tutto ciò che ruota attorno alla creatività precaria

Cosa succede davvero al Salone del Mobile e in tutto quello che gira intorno?

Lo scopriamo qua e anche qua, ma soprattutto qui

L’arrivo del digitale terrestre ha forse influito sull’offerta politica?

Qualcuno si ricorderà della questione di rete4, con le barzellette di Emilio Fede sul Satellite, lo scippo delle frequenze di Europa7 e il contenzioso decennale che si perpetrava. Poi arrivò la rivoluzione digitale, che poi non era nulla di che, se non altro perché cambiava solo che attaccavi una scatoletta alla tv o compravi proprio una nuova tv. I maligni pensarono che fu un’idea per fare soldi, dato che la società che distribuiva i decoder era del fratello, Paolo, sì quello che stava con la Estrada e faceva qualche cavolata che il fratello maggiore poi riparava.

Poi è successo che c’è stata davvero la svolta. Improvvisamente la scelta non è più stata tra le 7 tv generaliste e Mtv.  Si è aperto un mondo quando la gente ha iniziato a scoprire che esisteva anche altro oltre a Canale 5. C’erano tanti canali rai, tante tv private specializzate in cose diversissime, nuove, innovative. E guarda caso la tv non è più stata quella di prima, quella dove l’unica scelta era mediaset. Stranamente quando questa curiosità diventò abitudine, iniziò il tonfo inesorabile del cavaliere brianzolo.

Se dai agli altri la possibilità di scegliere cosa vedere, non ti diranno grazie, ma guarderanno altro.

Questo è stato il grosso errore dei berlusconiani che pensavano di poter accattivarsi l’appetito e la passione degli italiani con la diffusione intensiva del digitale terrestre: tante idee piccole, diverse, targettizzate, hanno improvvisamente reso l’immagine dei programmi mediaset come obsolete, delle certezze su cui contare. Non a caso non c’è nessun nuovo programma da anni. Non a caso le neonate tv o puntano sulle repliche o sul pacchetto tutto compreso- tutto comprato da altri, con le serie tv straniere. Berlusconi non era più il detentore della televisione, non era più l’unico grande dispensatore, smetteva definitivamente di monopolizzare il tempo libero degli italiani che potevano finalmente scegliere di vedere qualcosa di diverso. Potevano pensare diversamente da quello che gli veniva offerto sempre uguale da anni. E fu allora che Silvio crollò nelle intenzioni di voto. Nessuno ha analizzato questa cosa, ma l’appeal di Grillo o Monti sarebbe mai stato tale con le condizioni televisive di 6-7 anni fa?  Gli italiani avrebbero potuto accettare di uscire dall’idea di un duopolio? Ovviamente no. La fine del bipolarismo come l’abbiamo conosciuto inizia proprio con la fine del duopolio rai-mediaset nella scelta televisiva. Sembrerà una sciocchezza a molti, ma la tv occupa la maggiorparte del tempo libero (quindi il tempo della felicità) dell’italiano medio. Chi può influire su questo tempo, può vincere le elezioni.

 

il 1994 è finito per tutti tranne che per lui

 

Quel che so della guerra

Tutto inizia col posto di lavoro dei miei bisnonni.  Lui si chiamava Fermo,  giardiniere, era trovatello, lei Pia e veniva da una famiglia di mezzadri. Prima della guerra facevano da custodi in una villa poco fuori dalla città murata di proprietà di ebrei. Allo scoppio delle prime avvisaglie delle leggi razziali la famiglia scappò dall’Italia all’estero, in fretta e furia forse verso l’America. La guerra scoppiò e mandarono mio nonno in Albania:  lì c’era poco da mangiare e le riserve di riso erano infestate dai topi. Il rancio che manciavano i soldati era cosparso dalle feci. Per la fame trovò delle tartarughe di terra e le mangiò. A casa conserviamo ancora i loro gusci.  Ma non finì qua: dopo l’8 settembre era rimasto prigioniero a Nizza. Una rocambolesca fuga portò lui e ad altri tre compagni a scappare dal campo di prigionia. A piedi attraverso le Alpi, le Langhe e il Monferrato fino a tornare a Como. L’Italia che attraversarono a piedi era occupata dai nazifascisti. Ad Alba dopo mesi che non mangiavano carne, abitanti del posto gli offrirono un coniglio in salmì. Grande fu la gioia per un piatto di cui era patito. Purtroppo gli rivelarono che non era coniglio, ma gatto. Questo lo fece stare male tutta la notte con conati di vomito. Il viaggio proseguì, a piedi o con mezzi di fortuna. Arrivati finalmente a Como la sorpresa fu grossa. Non si poteva certo pensare di stare tranquilli. La Villa dove i miei bisnonni erano i custodi era diventata la centrale operativa della Gestapo. Mio nonno venne nascosto per settimane dietro ad un armadio e lì rimase senza che i tedeschi si accorgessero di nulla. Nel mentre i tedeschi razziavano quel che potevano ai cittadini, perfino la farina di castagne, che era una delle poche cose commestibili dopo anni di conflitto. In seguito si unì ai partigiani e fece parte del gruppo che liberò la città di Como arrestando di persona il prefetto. Nel 1998 venne premiata la sua partecipazione attiva alla Resistenza con un’onorificenza pubblica a Villa Olmo.

La guerra e le leggi razziali lasciarono poi in quella casa tutto quello che la famiglia di ebrei non riuscì a portarsi via: armi antiche, un tavolo di pietra, servizi di porcellana di ogni tipo, arredamento di pregio e perfino un samovar.

Sono passati diversi decenni ormai da questi fatti, ma pensare che la storia possa toccare così da vicino la tua famiglia, ti fa capire che siamo immersi negli eventi e non possiamo scansarli in nessuno modo.

Dalle Stelle alle stalle: il populismo non cura

Sei buoni motivi per capire che le proposte populiste non hanno né capo né coda.

1° i parlamentari e gli eletti in generale non possono rinunciare al loro compenso. 
Ma su quella cifra totale ci devono pagare le tasse, motivo per cui gli eletti saranno e sono tutti uguali, anche agli occhi del fisco.
Quindi i parlamentari a 5stelle, come quelli che ci sono in Sicilia, non sono diversi dagli altri. Di fatto restano casta.
Se devono devolvere una parte del loro stipendio in beneficienza o per il movimento, questo è quello che succede in ogni gruppo politico. Se proprio vogliono farne a meno li diano in beneficienza, ma questo non è che sia peregrina come cosa. Nello screditamento generale c’è chi lo fa ancora.
2° la rivoluzionaria idea della raccolta differenziata è al momento IMPOSSIBILE nei comuni che si affidano ad appalti esterni per la gestione dei rifiuti.
Il modello di Capannori (comune di centrosinistra) è possibile solo dove la gestione è interna. Creare ex novo un sistema di differenziazione, anche se virtuoso, è costosissimo e non sostenibile dai bilanci precari di molti comuni. Bisognava partire prima, partire ora non si può. Significa creare un’azienda da zero con formazione di personale e acquisto di macchinari. Un’operazione da milioni e milioni di euro. Bellissima e pure io sono favorevole, basta sapere chi ci mette i soldi, dato che i comuni non ne hanno.
3°Fare Default significa mai più pensioni e zero assistenza sanitaria, nessuna cura per i malati. Collasso dei mutui, blocco dei conti correnti, azzeramento dei risparmi, disoccupazione generale sopra al 30%. Una prospettiva che è meglio perderla che trovarla.
4°Uscire dall’euro in questo frangente è follia, perché l’Italia finirebbe come la Moldavia. Inflazionare per avere montagne di carta straccia è una prospettiva poco invitante per un paese privo di materie prime come l’Italia . L’Argentina è fallita dieci anni fa, ora sta collassando perché la ripresa economica è stata falsata da un tasso di inflazione del peso, nominalmente al 25%, in realtà al 30%. Molte nazioni stanno impedendo la convertibilità
della moneta argentina, perché di fatto si tratta di una truffa finanziaria. Si avvicinano a un secondo default, che può significare solo miseria nera.
5°Pizzarotti fa le scoperte dell’acqua calda. Chiunque abbia bazzicato un minimo nella PA sa che c’è moltissima burocrazia parecchio superflua, ma la citazione sulla partecipazione di volontari è una cosa comune a molte città di diversi colori. Poi sul resto è meglio che stia zitto che ha venduto per 400mila euro una proprietà che ne valeva dieci volte almeno. La sua citazione alla corte dei conti per danno erariale di oltre 10milioni di euro
dovrebbe farci capire come non si amministra una città. 6° la politica coi referendum propositivi è in linea di principio giusta, ma non può essere alla base
del vivere democratico, dato che ha un’altra faccia della medaglia, molto rischiosa: infatti quella è anche la causa del fallimento di molti comuni californiani e quindi motivo principale dei dissesti finanziari dello stato americano. Questo tipo di approccio impedisce di fatto politiche impopolari ma necessarie per la gestione corretta dell’amministrazione.

Riconversione industriale, la via casearia

Parliamo spesso di riconversione industriale, fantasticando sull’efficienza dei poli tecnologici  quando invece sul territorio lombardo possiamo trovare casi eccellenti e vincenti che vanno in tutt’altra direzione.

L’idea di diversificare la produzione casearia portando al nord l’allevamento delle bufale si è rivelato vincente, poiché segmentarsi in un comparto con poca concorrenza a livello territoriale, permette da un lato margini sicuri di guadagno attraverso l’esclusiva, dall’altro la garanzia di poter investire prima degli altri in innovazioni che permetteranno meglio una ulteriore diversificazione dell’offerta nel caso subentrasse una qualche forma di concorrenza. Del resto è una legge del mercato: in quel segmento puoi guadagnare poco, ma considerando il fatto che prima nessuno ci guadagnava, il vantaggio competitivo è enorme.

Piuttosto che combattere coi mulini a vento è più facile mettere una vela sul dorso di una tartaruga e prendere il largo in mete mai visitate.

Nel recente passato con crollo del prezzo del latte sotto i 30 centesimi al litro, i produttori si sono visti costretti a usare il loro prodotto non per destinarlo alle centrali, che in funzione di monopolio possono fare dumping e pretendere prezzi ancora più bassi, ma piuttosto per fare una produzione caesaria in proprio.

In effetti ne XIX secolo le latterie nascono con lo scopo di creare sostegno all’economia locale, facendola passare dalla materia prima alla produzione di formaggi commercializzabili che dessero una certa diversificazione  in chiave moderna di quello che era il modus operandi del mondo rurale di allora.

La Regione Friuli Venezia Giulia ha incentivato il sostegno in questo settore, poiché chiave nell’economia di montagna: resta il fatto che il modello è funzionale se è replicabile e se una volta a regime funzioni senza aiuti esterni.

Sulla scelta di produzione-vendita a chilometri zero è da segnalare questa iniziativa campana, unica vera soluzione alla concorrenza estera spacciata per made in Italy: spesso si cercano idee innovative per trasformare zone marginali in produttive, ma la peculiarità essenziale è discostarsi da ciò che può essere imitato da altri, puntando specialmente alla qualità e alla diffusione nel mercato interno, senza limitarsi a fare solo produzione di nicchia.

Un’altra via di diversificazione è la scelta biologica di alcune realtà della provincia di Sondrio che puntano nella qualità del prodotto diversificando il ciclo produttivo e la tipologia di materie prime, piuttosto che il prodotto finale. Questo dà un altro tipo di spazio nel mercato e permette a realtà piccole e simili di valorizzare maggiormente l’area di produzione in quanto elemento determinante del brand, poiché è simbolo di buone pratiche. esperienza, tradizione e quindi di genuinità.

La riconversione green, non sono solo pannelli solari, ma è soprattutto la resa produttiva di zone dimenticate. Ricordiamoci che il territorio lombardo sfama meno dell’80% della richiesta alimentare regionale, quindi puntare su questo settore incentivando pratiche di montagna di ampio respiro e fermando il consumo di suolo in pianura.

 

Kaurismaki e il suo Miracolo a Le Havre

 

Il film ad un primo approccio può sembrare strano, ma in realtà è densissimo di contenuti espressivi da una fotografia magistrale.

L’obiettivo della macchina da presa affoga la vicenda in immagini che ricordano spesso la pittura francese di fine ottocento, con una significativa predilezione per suggestive inquadrature ispirate evidentemente al periodo blu di Picasso.

La vicenda del resto parla degli ultimi  che brancolano nei bassifondi della società  eche resistono grazie alla solidarietà reciproca, lottando contro il vero nemico che sta nell’invidia e nel sospetto.

Le scene si susseguono con interessanti citazioni pittoriche che vanno dai dettagli delle nature morte di Cézanne ai primi piani dei volti degli immigrati, che ricordano la pittura di Gauguin. Immagini di vita quotidiana condotta dai protagonisti, una vita semplice e marginale rispecchiano l’approccio di Van Gogh e dei Nabis al mondo, con quel sapore arcaico e genuino che è quello che i personaggi ci suggeriscono di avere.

Karusmaki in questo film raddensa tutta l’esperienza dell’esperienza degli ultimi dieci anni in descrizioni fredde con le panoramiche dei luoghi antropizzati, passando però subito nell’azione a dare peso all’umanità che rimpie questi spazi brulicanti.  Essere povero, essere straniero o essere uno sbirro non fa perdere la dignità ai protagonisti, tutti di altissima moralità nel momento del bisogno.

Il regista nelle scene in cui è l’etica la protagonista della narrazione, lascia scorrere un sussesguirsi di immagini in cui anche i personaggi minori si elevano in qualche modo al rango di protagonisti. Una luce sempre tagliente è costante in tutto il film, che si tratti del neon notturno, alla luce che si infiltra nel container o che dalla finestra illumina un vaso di fiori postimpressionista.

C’è tutta la soliderietà del movimento operaio e la cultura dei rinnegati in questa storia, un rimando continuo al passato, che non è banale come l’attimo potrebbe farci pensare. Un miracolo che non è solo la guarigione dalla malattia incurabile, ma la catarsi della società stessa, dove l’umanità vince sulle regole che rispettano forse la legge, ma non la giustizia.

Anche la musica segue una sua logica, poiché si passa dalle scene inziali con riferimenti alla musica popolare francese, passando da note malinconico blues arrivando alla fine del film dove troviamo la conclusione con una melodia già moderna, molto rock&roll anni ’50.

Un film eccezionale per regia, sceneggiatura e fotografia e protagonisti visti già in altre pellicole piuttosto celebri; il protagonista,  André Wilms, visto in Tanguy,  e direttamente da “il mio amico giardiniere” Jean-Pierre Darroussin, il commissario Monet (sempre vestito di nero, il colore che nei quadri di Monet non c’è mai)  e la musa finlandese del regista, Kati Outinen, presente in moltissimi film di Kaurismaki.