Category Archives: Idee e proposte

Alle regionali, io voto Baruffini

Perché non è solo una brava persona, ma è una persona brava.                                      E la differenza non è così piccola!

Elezioni regionali, scheda verde, scrivi: Baruffini, guarda il filmato!

http://mirkobaruffini.it/   date un occhio al sito

 

 

L’arrivo del digitale terrestre ha forse influito sull’offerta politica?

Qualcuno si ricorderà della questione di rete4, con le barzellette di Emilio Fede sul Satellite, lo scippo delle frequenze di Europa7 e il contenzioso decennale che si perpetrava. Poi arrivò la rivoluzione digitale, che poi non era nulla di che, se non altro perché cambiava solo che attaccavi una scatoletta alla tv o compravi proprio una nuova tv. I maligni pensarono che fu un’idea per fare soldi, dato che la società che distribuiva i decoder era del fratello, Paolo, sì quello che stava con la Estrada e faceva qualche cavolata che il fratello maggiore poi riparava.

Poi è successo che c’è stata davvero la svolta. Improvvisamente la scelta non è più stata tra le 7 tv generaliste e Mtv.  Si è aperto un mondo quando la gente ha iniziato a scoprire che esisteva anche altro oltre a Canale 5. C’erano tanti canali rai, tante tv private specializzate in cose diversissime, nuove, innovative. E guarda caso la tv non è più stata quella di prima, quella dove l’unica scelta era mediaset. Stranamente quando questa curiosità diventò abitudine, iniziò il tonfo inesorabile del cavaliere brianzolo.

Se dai agli altri la possibilità di scegliere cosa vedere, non ti diranno grazie, ma guarderanno altro.

Questo è stato il grosso errore dei berlusconiani che pensavano di poter accattivarsi l’appetito e la passione degli italiani con la diffusione intensiva del digitale terrestre: tante idee piccole, diverse, targettizzate, hanno improvvisamente reso l’immagine dei programmi mediaset come obsolete, delle certezze su cui contare. Non a caso non c’è nessun nuovo programma da anni. Non a caso le neonate tv o puntano sulle repliche o sul pacchetto tutto compreso- tutto comprato da altri, con le serie tv straniere. Berlusconi non era più il detentore della televisione, non era più l’unico grande dispensatore, smetteva definitivamente di monopolizzare il tempo libero degli italiani che potevano finalmente scegliere di vedere qualcosa di diverso. Potevano pensare diversamente da quello che gli veniva offerto sempre uguale da anni. E fu allora che Silvio crollò nelle intenzioni di voto. Nessuno ha analizzato questa cosa, ma l’appeal di Grillo o Monti sarebbe mai stato tale con le condizioni televisive di 6-7 anni fa?  Gli italiani avrebbero potuto accettare di uscire dall’idea di un duopolio? Ovviamente no. La fine del bipolarismo come l’abbiamo conosciuto inizia proprio con la fine del duopolio rai-mediaset nella scelta televisiva. Sembrerà una sciocchezza a molti, ma la tv occupa la maggiorparte del tempo libero (quindi il tempo della felicità) dell’italiano medio. Chi può influire su questo tempo, può vincere le elezioni.

 

Acqua Pubblica e Diversa

Premessa: questi sono due interessantissimi contributi fatti da Città Possibile su tema ormai di grande attualità.

I lavatoi segni d’acqua: freschissima, purissima, preziosissima

i lavatoi di Como

Il tema storico solitamente viaggia su binari diversi da quella che è la politica e volentieri non si accorda mai con quella che è l’amministrazione dei comuni.

Però c’è la possibilità di seguire altre strade, quelle della sinergia.

Il recupero dei lavatoi  è possibile dandogli nuova vita e nuove funzioni.

Spesso il paesaggio dei paesi è stato imbruttito dalle casette dell’acqua la cui funzione potrebbe essere benissimo svolta, laddove ancora presenti, dagli antichi lavatoi, ovviamente modificati con qualche marcia di modernità in più.

L’allacciamento alla fonte del lavatoio e non all’acquedotto garantisce un’acqua diversa da quella che prendiamo nel rubinetto di casa (che darebbe maggior senso al prendere l’acqua fuori casa, piuttosto che dotarsi di un gasatore domestico).  E’ chiaro che la scelta è quella di andare via via a diminuire  con questo tipo di operazionila massiccia diffusione dell’acqua in bottiglia della grande distribuzione . E’ certo però che si può fare di meglio.  Aggiungere un gasatore al sistema di distribuzione rende già il tutto più interessante per il recupero dei lavatoi 2.0.

Inoltre l’uso di lampade UV per la sterilizzazione dell’acqua di sorgente rende sicuro l’uso di questa acqua, pubblica e diversa da quella che ci troviamo in casa.

Una soluzione che rispetto alle tradizionali casette dell’acqua ha solo peculiarità positive, comprendendo il recupero di luoghi storici portati a nuova funzione, l’uso di un’acqua differente e sicura, matenendo tutte le caratteristiche già presenti, come la possibilità di gasarla.

Questa soluzione è già stata adottata nel comune di Maslianico (Co) dove sta dando ottimi risultati.

 

 

 

Il ciclo dell’innovazione

 

 

Dalle Stelle alle stalle: il populismo non cura

Sei buoni motivi per capire che le proposte populiste non hanno né capo né coda.

1° i parlamentari e gli eletti in generale non possono rinunciare al loro compenso. 
Ma su quella cifra totale ci devono pagare le tasse, motivo per cui gli eletti saranno e sono tutti uguali, anche agli occhi del fisco.
Quindi i parlamentari a 5stelle, come quelli che ci sono in Sicilia, non sono diversi dagli altri. Di fatto restano casta.
Se devono devolvere una parte del loro stipendio in beneficienza o per il movimento, questo è quello che succede in ogni gruppo politico. Se proprio vogliono farne a meno li diano in beneficienza, ma questo non è che sia peregrina come cosa. Nello screditamento generale c’è chi lo fa ancora.
2° la rivoluzionaria idea della raccolta differenziata è al momento IMPOSSIBILE nei comuni che si affidano ad appalti esterni per la gestione dei rifiuti.
Il modello di Capannori (comune di centrosinistra) è possibile solo dove la gestione è interna. Creare ex novo un sistema di differenziazione, anche se virtuoso, è costosissimo e non sostenibile dai bilanci precari di molti comuni. Bisognava partire prima, partire ora non si può. Significa creare un’azienda da zero con formazione di personale e acquisto di macchinari. Un’operazione da milioni e milioni di euro. Bellissima e pure io sono favorevole, basta sapere chi ci mette i soldi, dato che i comuni non ne hanno.
3°Fare Default significa mai più pensioni e zero assistenza sanitaria, nessuna cura per i malati. Collasso dei mutui, blocco dei conti correnti, azzeramento dei risparmi, disoccupazione generale sopra al 30%. Una prospettiva che è meglio perderla che trovarla.
4°Uscire dall’euro in questo frangente è follia, perché l’Italia finirebbe come la Moldavia. Inflazionare per avere montagne di carta straccia è una prospettiva poco invitante per un paese privo di materie prime come l’Italia . L’Argentina è fallita dieci anni fa, ora sta collassando perché la ripresa economica è stata falsata da un tasso di inflazione del peso, nominalmente al 25%, in realtà al 30%. Molte nazioni stanno impedendo la convertibilità
della moneta argentina, perché di fatto si tratta di una truffa finanziaria. Si avvicinano a un secondo default, che può significare solo miseria nera.
5°Pizzarotti fa le scoperte dell’acqua calda. Chiunque abbia bazzicato un minimo nella PA sa che c’è moltissima burocrazia parecchio superflua, ma la citazione sulla partecipazione di volontari è una cosa comune a molte città di diversi colori. Poi sul resto è meglio che stia zitto che ha venduto per 400mila euro una proprietà che ne valeva dieci volte almeno. La sua citazione alla corte dei conti per danno erariale di oltre 10milioni di euro
dovrebbe farci capire come non si amministra una città. 6° la politica coi referendum propositivi è in linea di principio giusta, ma non può essere alla base
del vivere democratico, dato che ha un’altra faccia della medaglia, molto rischiosa: infatti quella è anche la causa del fallimento di molti comuni californiani e quindi motivo principale dei dissesti finanziari dello stato americano. Questo tipo di approccio impedisce di fatto politiche impopolari ma necessarie per la gestione corretta dell’amministrazione.

Riconversione industriale, la via casearia

Parliamo spesso di riconversione industriale, fantasticando sull’efficienza dei poli tecnologici  quando invece sul territorio lombardo possiamo trovare casi eccellenti e vincenti che vanno in tutt’altra direzione.

L’idea di diversificare la produzione casearia portando al nord l’allevamento delle bufale si è rivelato vincente, poiché segmentarsi in un comparto con poca concorrenza a livello territoriale, permette da un lato margini sicuri di guadagno attraverso l’esclusiva, dall’altro la garanzia di poter investire prima degli altri in innovazioni che permetteranno meglio una ulteriore diversificazione dell’offerta nel caso subentrasse una qualche forma di concorrenza. Del resto è una legge del mercato: in quel segmento puoi guadagnare poco, ma considerando il fatto che prima nessuno ci guadagnava, il vantaggio competitivo è enorme.

Piuttosto che combattere coi mulini a vento è più facile mettere una vela sul dorso di una tartaruga e prendere il largo in mete mai visitate.

Nel recente passato con crollo del prezzo del latte sotto i 30 centesimi al litro, i produttori si sono visti costretti a usare il loro prodotto non per destinarlo alle centrali, che in funzione di monopolio possono fare dumping e pretendere prezzi ancora più bassi, ma piuttosto per fare una produzione caesaria in proprio.

In effetti ne XIX secolo le latterie nascono con lo scopo di creare sostegno all’economia locale, facendola passare dalla materia prima alla produzione di formaggi commercializzabili che dessero una certa diversificazione  in chiave moderna di quello che era il modus operandi del mondo rurale di allora.

La Regione Friuli Venezia Giulia ha incentivato il sostegno in questo settore, poiché chiave nell’economia di montagna: resta il fatto che il modello è funzionale se è replicabile e se una volta a regime funzioni senza aiuti esterni.

Sulla scelta di produzione-vendita a chilometri zero è da segnalare questa iniziativa campana, unica vera soluzione alla concorrenza estera spacciata per made in Italy: spesso si cercano idee innovative per trasformare zone marginali in produttive, ma la peculiarità essenziale è discostarsi da ciò che può essere imitato da altri, puntando specialmente alla qualità e alla diffusione nel mercato interno, senza limitarsi a fare solo produzione di nicchia.

Un’altra via di diversificazione è la scelta biologica di alcune realtà della provincia di Sondrio che puntano nella qualità del prodotto diversificando il ciclo produttivo e la tipologia di materie prime, piuttosto che il prodotto finale. Questo dà un altro tipo di spazio nel mercato e permette a realtà piccole e simili di valorizzare maggiormente l’area di produzione in quanto elemento determinante del brand, poiché è simbolo di buone pratiche. esperienza, tradizione e quindi di genuinità.

La riconversione green, non sono solo pannelli solari, ma è soprattutto la resa produttiva di zone dimenticate. Ricordiamoci che il territorio lombardo sfama meno dell’80% della richiesta alimentare regionale, quindi puntare su questo settore incentivando pratiche di montagna di ampio respiro e fermando il consumo di suolo in pianura.

 

considerazioni per le primarie

Ieri mattina ho lanciato a Roberto Speranza una proposta molto eterodossa, una sfida coraggiosa per Bersani: 1) Mettere di nuovo al centro del dibattito il tema dell’Ulivo, inteso come concetto primario e non solo come sistema di alleanze 2) Farsi carico delle istanze emerse dalla prima Leopolda nel 2010 e portarle avanti lui stesso.
Ignazio Marino dice che Bersani è un rivoluzionario. Voglio crederci.

Una riforma per i giovani: oltre la precarizzazione

Integrazione alla carta di intenti

Riforma contrattuale, partita iva, stage, scuola e formazione

di Guido Rovi – cons. comunale Como

 

Il tema del lavoro in particolare quando si parla dei problemi legati alla precarizzazione giovanile viene spesso evidenziato limitandosi a stereotipi.

Di fatto la situazione è talmente grave e compromessa che l’abolizione della Legge fatta da Biagi non porterebbe alcun cambiamento. Tuttavia questo non significa che non sia giusto sostituirla con una legge migliore. Al momento l’unico progetto valido sulla carta è quello di Tito Boeri, anche se va analizzato e confrontato coi temi reali per risultare efficace e applicabile.

Le forme di precarizzazione sono fondamentalmente dovute ad un uso illegittimo dei contratti.

Gli enti regionali di formazione, perlomeno in Lombardia, applicano per gli insegnanti le  tariffe statali di riferimento con contratti a progetto. Tuttavia con l’aggravarsi della crisi al contratto a progetto si è  sostituita con la collaborazione a partita iva, portando di fatto lo stipendio netto che c’era col contratto a una forma di lordo in particolare negli istituti paritari e parificati dove gli insegnanti sono pagati poco più degli inservienti che fanno le pulizie. E questa è una prassi generalizzata, salvo rari casi, dove i problemi si evidenziano sul clima di lavoro più che sul salario.

Nel mondo dell’impresa dove si abusa di stage, con la speranza anche da parte degli enti promotori di creare una qualche forma di stabilizzazione. Questa era difficile in tempi meno sospetti, oggi è quasi impossibile anche e nonostante la presenza di incentivi come la Dote Formazione promossa da Regione Lombardia. Dote che non viene applicata solo per tirocini presso aziende, ma anche per liberi professionisti. Questo genera casi di vero e proprio sfruttamento legalizzato con “regali” di diverse migliaia di euro a avvocati, dentisti o architetti che assumono (anche  a tempo determinato) dipendenti che il buon senso vorrebbe fossero già assunti in quel modo.

Si è spesso parlato di false partite iva e questo discorso è stato affrontato in modo chiaro dal PD a livello nazionale: tuttavia mancano all’appello gli altri casi, ovvero le partite iva che vogliono essere vere, cioè dei liberi professionisti o perlomeno lavoratori autonomi, che si trovano spesso ancorati ad un’impresa, il principale committente, che li tratta de facto come dipendenti, senza garantirgli alcuna tutela e negandogli la libertà professionale che la scelta intrapresa prevederebbe.

Questo riguarda particolarmente tutte le professioni tecnico-creative, diplomati e laureati (periti, geometri, ingegneri, architetti e designer).

Ad aggiungersi ai problemi suddetti, c’è una forma di sfruttamento del tutto iniqua, che va sanata.

Mi riferisco al pagamento in base alla vendita.  Quella che era una prassi, logica, legata ai venditori, si è espansa anche ad altri settori, appesantendo una situazione già non brillante. Occorre un esempio in senso lato per spiegare i casi specifici: l’impresa committente ordina delle commesse, le seleziona, ma le paga solo dopo che queste sono state oggettivamente vendute sul mercato.

Questo procedimento per esempio nell’indotto creativo del tessile comasco crea una perdita di lavoro e uno spreco di tempo senza precedenti, poiché oltre al dilazionamento dei pagamenti, si ha una richiesta di lavoro pressante in una sola direzione e si sa già in partenza che buona parte dei disegni per tessuto non andrà in produzione e buona parte non sarà venduta.

Altro grosso problema della precarietà è legato agli stage, di cui non si parla mai abbastanza.

Solitamente l’impresa che prende lo stagista in prova cerca una persona già formata a cui non dà competenze nuove, poiché il processo durerà sei mesi e lo stagista verrà sostituito da un altro nel corso dell’anno. Gli stage quindi non portano inserimento lavorativo, non arrecano formazione ( a meno di trovarsi in lavori puramente operativi)e soprattutto non sono mai controllati.

Questo tema lo sollevai già nell’Assemblea Regionale lombarda sul lavoro del 2011: nessuno controlla come e quanto vengono formati gli stagisti. La modulistica in mano agli enti formatori nella migliore delle ipotesi nel caso di sfruttamento, porta alla cessione immediata del tirocinio, senza nessuna ammenda da parte dell’azienda che si è comportata scorrettamente. Per questo ritengo che gli enti formatori non possano essere limitati a  scuole o le università. Il resto purtroppo è fuori controllo e senza un percorso di studi integrato, il rischio di avere zone grigie è infinito.

Accreditare altri a questo scopo ha creato nel tempo una situazione pericolosissima. Di fatto buona parte dell’abbattimento dei costi nel settore alberghiero e della ristorazione viene fatto con gli stage scolastici, quindi occorre più che mai correre ai ripari; gli studenti formati una volta fatto lo stage non riusciranno mai a trovare lavoro nelle strutture dove hanno fatto esperienza, poiché ci sarà sempre uno stagista a sostituirli. Questo causa inevitabilmente un circolo vizioso da cui si può uscire solo con una riforma di sistema che non preveda vie per scavalcare le norme.

A lato di tutto questo non si può non considerare una seria riforma della scuola, in particolare riguardo le materie d’insegnamento e la reale formazione da parte di chi dovrebbe poterle insegnare. Il venire meno della SSISS ha creato una confusione tale che nemmeno gli addetti ai lavori possono quantificare, perché nessuna ha davvero il polso della situazione. Occorre agire in altro modo prima di approvare soluzioni per la formazione post universitaria. Sembra pazzesco, ma ad oggi non tutti quelli che hanno sostenuto un certo esame o una serie di esami su quel dato argomento, possono poi insegnarlo, poiché le classi di concorso ragionano secondo criteri che non guardano alla formazione pregressa dei singoli corsi di studio.

Esempi concreti dove si mostra l’assurdità della situazione attuale dopo il riordino della classi: un laureato in ingegneria matematica non può insegnare matematica nella scuola superiore, cosa invece che può fare un laureato in ingegneria edile oppure un laureato in architettura che ha come opzionali gli esami di storia dell’arte e solitamente fa solo storia dell’architettura, può insegnare disegno e storia dell’arte (classe a025) nella scuola superiore, mentre un laureato in disegno industriale dove storia dell’arte è materia obbligatoria, si vede negata questa possibilità.

Occorre quindi a livello di riforma, prima di pensare a quella dei cicli, dare la possibilità di insegnare la data materia a chi può attestare di averla sostenuta durante l’iter universitario, criterio tra l’altro logico un tempo applicato, ma che viene ignorato dal Miur. Prima di procedere con l’erogazione dei TFA per l’abilitazione all’insegnamento, è fondamentale non scoprire l’uovo di Colombo, ma dare ragionevolezza al percorso. Chi ha dato esami di una data materia senza considerare i crediti, che cambiano da ateneo ad ateneo, da facoltà a facoltà, deve poter insegnare quella materia, chi non lo ha fatto, non può farlo. Perché oggi non è sempre così e la formazione della docenza ne è inficiata.

Il tutto senza considerare l’azione illegittima del Miur che ha bandito un concorso ordinario negandolo di fatto a tutti coloro che sono in possesso di lauree del nuovo ordinamento.

Al fine di avere una migliore soluzione al tema del precariato, che ormai non è più solo giovanile, occorre avere una visione d’insieme tenendo ben presenti le problematiche esplicitate, poiché una riforma che risolve queste contraddizioni è l’unica che potrà non solo essere realmente efficace, ma è davvero l’unica soluzione per invertire la rotta di una nave che sembra aver ormai perso la bussola.

Le ville sul lago di Como

I saltimbanchi: in bilico tra precarietà e incertezza

Come non condividere?