Category Archives: Problemi cittadini

La puntualità dell’ovvio

Ogni tot mesi arriva puntuale un comunicato della CGIA di Mestre che viene a raccontarci che c’è un’Italia di professioni e mestieri ricercati e che nessuno vuol più fare, anche se ben pagati. Poi parli con amici che quei lavori li fanno davvero e scopri che la realtà è sempre la stessa: contratto part-time e però poi lavori 40 ore la settimana, straordinari non pagati, orari spezzati con pause in orari improbabili, ricattabilità e mobbing quotidiano.

Panettieri pagati come oro, parrucchieri introvabili e via a scedere con gli ingegneri e i programmatori informatici o i grafici.

E’ di qualche settimana fa a notiza che Repubblica aveva offerto 500 euro al mese per l’impaginazione del giornale: ora se uno dei principali quotidiani nazionale fa questo tipo di offerta, che viene rifiutata, probabilmente il motivo per cui anche gli altri lavori non vengono trovati è molto semplice: il prezzo.

Non è pensabile che una persona oggi in Italia accetti un lavoro che pur nelle mille difficoltà non gli permetta la sussistenza. Mi pare chiaro quindi che qualcosa nella trattazione dei dati da parte della CGIA di Mestre non funzioni e invece sarebbe utile e opportuno per tutti avere le giuste informazioni per capire che cosa non va e chi sta cercando di fare il furbo alle spese degli altri.

Calmiamoci un po’ tutti però

Calmiamoci un po’ tutti  e riflettiamo. Lo dico agli amici e ai compagni di viaggio.

Politicamente la questione principale non è perdersi nel dire “palazzina Fisac sì, palazzina no”. Personalmente preferirei che le cose andassero in un altro modo, per la palazzina, così come per San Lazzaro (che è invece vincolata, ma cade a pezzi lo stesso).

Perlomeno ritengo  vadano salvate da lì le colonne liberty in ghisa e la scalinata.

Semmai la questione verte su quanti dei 7milioni e 364000 euro andranno spesi su Rebbio e Camerlata e per che cosa, quanti finiranno sulla piazza di Esselunga (1 milione e 379mila euro come preventivato nel 2011?), quanto costerà il sovrappasso di via Badone (2.717.387,54 come preventivato nel 2011?) e quanti finiranno nel bilancio del 2014.

Se “virtualmente” 4milioni di euro (stando alla stima fatta dall’offerta di Cedi nell’aprile del 2011) finiranno nel comparto ex Trevitex, quanti ne finiranno sul resto della ex Circoscrizione 3?

Su queste cose dobbiamo ragionare.

Vigilare sulla qualità, sui costi delle opere e sulla tempistica di realizzazione è fondamentale insieme ad un serio percorso di progettazione condivisa e partecipata coi cittadini per soddisfare i bisogni dei quartieri.

Se il consiglio comunale può contribuire a migliorare portando le istanze dei cittadini glielo si faccia fare senza dare ultimatum di alcun tipo da parte di nessuno, altrimenti non si chiedano indirizzi politici al consiglio stesso.

 

Le piazza italiane non sono solo quelle di De Chirico

Il ruolo della piazza non è un’astrazione, un’elaborazione metafisica.

Le grandi piazze vuote, gli spazi progettati moderni, per esempio quelli di Brasilia, sono quanto di più lontano ci sia dall’umanità che i luoghi storici dovrebbero avere. L’estrapolazione concettuale di uno spazio pittorico è infatti un concetto diametralmente diverso allo sviluppo che invece gli spazi umani hanno avuto nel secolo scorso.

Pensiamo solo alle città ricche di portici e alla vita che brulica sotto di esse, da Torino a Bologna, uno spazio che è il naturale prosequo delle botteghe, vetrina sul mondo della piazza, una sorta di sfondamento della quarta parete che divide il mondo del mercante da quello dell’acquirente.

Eppure i portici moderni non sono così vivi e vissuti, pensiamo a quelli che a Milano collegano Piazza Repubblica alla stazione Centrale. Soffitti alti, negozi soppalcati, spazi fuori scala. Spazi coperti, ma alla fine grandi vie di scorrimento pedonale, scorrimento veloce. Molto diverso dal clima che si respira a Genova. Perché quindi la riprogettazione dello spazio della città durante il XX secolo non riesce a contenere quell’umanità e quel calore che avevano i centri storici fino all’inizio del novecento?

La domanda ha una risposta semplice e forse banale: la ricerca estetizzante del funzionalismo.

Nel primo dopoguerra si fece largo un’idea d’avanguardia sugli spazi architettonici, un’idea urbanistica presente  in modo embrionale e latente sia nel movimento della Metafisica sia nel Bauhaus, ma che negli anni successivi prenderà pienamente corpo con Le Corbusier e Niemyer divenendo poi architrave del modernismo e del pensiero del novecento.

E’ vero che nelle piazze metafisiche c’è fraintendimento tra l’uomo e il monumento, poiché la scultura che resta isolata in questi spazi riflessivi è una metafora della condizione umana nel secolo breve (e non sono in quello), un passaggio ulteriore rispetto alle riflessioni estetiche di Kirchner sulle folle negli spazi pubblici.

In tutto questo però dimentichiamo che le piazze giocano un ruolo fondamentale e che nel contesto contemporaneo possono avere ruoli diversi. Pensiamo a piazza Camerlata a Como con la sua Fontana di Cattaneo oppure a piazza Cadorna a Milano con la scultura-fontana di Gae Aulenti.

Questi spazi progettati sono divenuti per forza di cosa luoghi in cui è il traffico a fare da padrone, spazi in cui è la circolazione a dettare le regole e l’estetica abbellisce quello che può in punti nevralgici della città.

Ma ci sono piazze con fontane diverse, ricordiamo piazza De Ferrari a Genova o largo Cairoli a Milano con la parte davanti all’ingresso del Castello Sforzesco.

Un’altra idea di piazza è quella con il monumento al centro, l’idea classica potremmo dire. A Milano piazza del Duomo con monumento equestre di Ercole Rosa o piazza Cinque Giornate col monumento di Giuseppe Grandi, oppure pensiamo a Roma coi suoi obelischi o le sue fontane (piazza Navona). Luoghi in cui la vita ruota attorno ad un monumento che di quella piazza ne è il simbolo. Vita commerciale, amicizie, il mondo della chiacchiera. Tutto si fa a piedi.

Tutto si fa attorno ad un simbolo.

E non è un caso che l’Italia risorgimentale abbia riempito le piazze di questi simboli, perché attorno a questi la nazione riunita poteva riconoscersi, fossero i sovrani, Mazzini o Garibaldi.

Poi ci sono le piazze con gli alberi, ma non in mezzo, ma attorno, a Massa, Carrara, Chiavari e Sestri Levante, antiche e moderne.

Poi ci sono le piazze vuote, quelle d’ispirazione metafisica. Pensiamo non solo a quelle di De Chirico, come la piazza di Ferrara o di Vigevano. Piazza grandi e vuote. Piazze attorno cui però sorgono portici con le loro botteghe.

Non tutte le piazze restano vuote: a Bologna determinate piazze sono destinate alla sosta dei taxi o ad Alessandria dove piazza Garibaldi resta un posteggio.

Molti comaschi ricorderanno invece quello strano lastricato al centro di piazza San Fedele, dove al sabato si radunano le bancarelle, memoria dell’antico mercato del grano. E che dire invece degli spazi non risolti, o forse mal risolti, di piazza Cavour, orfana di una fontana ormai persa, e piazza Roma? Forse la natura di antichi porti, rispettamente porto commerciale e porto militare del governatore, li rende per conformazione stessa dei contenitori: prima di barche oggi di auto. Certo piazza Cavour non è più un posteggio, ma eliminandone questa funzione, eliminando il monumento centrale attorno a cui ruota la vita, è difficile capire a che cosa servano. Di fatto una grande piazza vuota di ispirazione metafisica, non può funzionare.

Le moderne piazza, seppur contornate da portici, rischiano di finire come piazzetta Pascarella a Quarto Oggiaro, set del degrado, perché non ci sono simboli di aggregazione attorno cui la comunità si può riconoscere. Le grandi e piccole piazze dei centri storici, quelle davanti alle cattedrali, ma anche quelle civili, come piazza Verdi a Bologna, hanno un loro senso anche vuoti, perché sono “sagrati” . Una piazza quindi può essere spazio di aggregazione se c’è una motivazione per passarci in mezzo o per passarci intorno. Un monumento o dei portici sono condizioni necessarie perché la vita commerciale e sociale si riprenda spazi che sono tutto il contrario dei non luoghi post-moderni. Non c’è ibridazione che tenga, anche se la ormai più che adulta Piazza Italia di C.Moore a New Orleans, pur essendo una provocazione, rispetta i canoni che abbiamo visto un po’ dappertutto nella penisola, sia nelle piazze di epoca comunale sia in quelle di epoca barocca.

In sostanza potremmo dire ogni piazza che funziona è un archetipo,  un posto da frequentare se c’è un qualcosa in cui riconoscersi e attorno cui poter sostare.

Le città di domani e l’autosufficienza alimentare

L’autosufficienza alimentare è un problema che esiste da sempre per le città.

Che cosa impedisce ad un paese agricolo come il nostro di dare risposta al fabbisogno principale attraverso il settore primario? Un’analisi viene fatta quest’autunno qui. Gianni Gnudi diceva chiaramente:

Temo che per l’Italia l’autosufficienza alimentare non sia più possibile, almeno non per la maggior parte dei prodotti. Di conseguenza penso che l’obiettivo al momento sia un altro: mantenere quello che ancora c’è da un punto di vista agricolo. Ci sono infatti settori agricoli strategici che stiamo rischiando di perdere. Pensiamo a quello della frutta, già persa in diverse aree del Paese: la pesca romagnola, ad esempio, che adesso è, di fatto, spagnola“.

Eppure una nazione come la Russia ha deciso di cambiare rotta, puntando, forse senza riuscirci a questo obiettivo, poiché appunto una politica industriale seria parte proprio dall’agricoltura e dall’indotto annesso (tutta l’industria di trasformazione per esempio). Il passo è forse più lungo della gamba per Mevdev, ma di certo un segnale per un problema serio del XXI secolo, che corre parallelo all’esigenza di acqua per il sistema agricolo.

Può la città autosostenersi? Abbiamo gli esempi di Italia Nostra e quelli ampiamente rodati della Colombia che possono farci capire che la tendenza di una parte del mondo corre in questa direzione. Direzione presa anche da Todmorten, piccolo borgo dello Yorkshire, e iniziata a Newcastle ormai sette anni fa.

La città nell’immaginario collettivo futuro ha subito un radicale cambiamento. Dieci anni fa si parlava costantemente di verde verticale, che non si è praticamente mai realizzato, anzi a sostituirsi a questa idea così articiale è arrivata invece quella dell’agricoltura urbana. Sembra che il passaggio successivo infatti sia quello di uscire dalla dimensione della sussistenza portandosi invece a quello dell’organizzazione.

Un esempio storico che potrebbe farci vedere in modo diverso il futuro della grandi città-stato (perché le moderne megalopoli questo sono) è il sistema agricolo di Tenochtitlan, che poteva sostenersi in maniera autonoma grazie ad un ignegnoso sistema di zattere-orto, dette chinampa. Una grande città può essere autonoma e prospera se ha un sistema sostenibile per la sua alimentazione (e un rapporto diverso tra città e campagna).

Ovviamente la riflessione che emerge dalla crescente attenzione nella cultura non mainstream verso i fenomeni agricoli (dagli orti urbani al guerrilla gardening) mostra una contraddizione della società e un’esigenza presente in modo più o meno latente in questo scenario post industriale che attraversa l’inizio del XXI secolo. Possibile che in futuro si darà maggiore attenzione all’agricoltura anche laddove questa era stata snobbata o abbadonata?

In Giappone a Fukushima la  Fujitsu prevede un progetto di agricolutura idroponica all’interno di un suo stabilimento per uscire dalla grave crisi che ha toccato la regione, in un’ottica prettamente nipponica che è quella della zaibatsu e che forse in questo segmento può avere una sua ragion d’essere (difficilmente aziende minori avrebbero i capitali finanziari da investire anche solo in via sperimentale).

Possibile e forse auspicabile. Perché nello paesaggio deindustrializzato italiano un pensiero potrebbe passarci dalla mente: siamo stati per secoli senza industria. Può darsi che questo modello sia solo un passaggio nella storia. L’idea di un percorso linea e progressivo probabilmente appartiene ad una cultura che non è più la nostra (perché abbiamo visto che non è così) e nei fatti occorre trovare le soluzioni per una via alternativa a immaginare le città di domani.

Documentarsi prima di decidere

 

Qua la documentazione che ho presentato allegata all’osservazione al pgt

 

L’altra faccia del Fuorisalone e tutto ciò che ruota attorno alla creatività precaria

Cosa succede davvero al Salone del Mobile e in tutto quello che gira intorno?

Lo scopriamo qua e anche qua, ma soprattutto qui

Anche Philippe Daverio interviene per salvare San Lazzaro

Vedo che anche una nota personalità, alle cui lezioni ho avuto la fortuna di assistitere ormai sei anni fa, porta su La Provincia di oggi la questione “salvare San Lazzaro”. Un tema che da quasi dieci anni vede avvicendarsi il lento disfacimento di uno degli edifici più antichi della città, il cui tetto ormai versa in condizioni più che precarie. Allora l’amministrazione comunale guidata dal centrodestra, con bilanci decisamente superiori a quelli della gestione attuale, fece un po’ orecchie da mercante riguardo il tema, nonostante i ripetuti appelli dell’allora minoranza di centrosinistra, e non trovò i soldi necessari per contribuire e accedere al finanziamento . Ora solo l’Europa può salvare la chiesa è più bisognosa si restauri della città. Il comune non ha un bilancio tale da potersi permettere un aiuto in questa situazione; inoltre la proprietà è privata, in cui è presente un contenzioso poiché c’è stata una vendita  e nel mentre l’area è stata vincolata. Un pastrocchio incredibile in cui lo scarso coraggio di chi amministrava ieri e la scarsa pecunia di oggi non aiuta certo a risolvere.  Chi ha vincolato l’edificio doveva forse essere più celere ed evitare il peggio, ma ormai la “fritatta è stata fatta” e bisogna mettere insieme quel che c’è.

Fa benissimo Philippe Daverio a parlare di questo argomento, tra l’altro oggetto di alcuni miei interventi in consiglio comunale, perché il patrimonio locale una volta perso, non lo si recupera con qualche invenzione estemporanea.

Salviamo San Lazzaro, ma ci aiuti l’Europa

 

 

 

I saltimbanchi: in bilico tra precarietà e incertezza

Come non condividere?

Il concorso per gli insegnanti è illegittimo? Sì.

Inserisco un pensiero interessante che mi è stato suggerito riguardo l’evidente illegittimità del concorso tanto decantato dal ministro Profumo.

 

CARO PROFUMO, IL CONCORSO E’ PUBBLICO O E’ RISERVATO?

Chi sa di scuola e di pubblico impiego sa che esistono concorsi pubblici e concorsi riservati.
Normalmente quelli pubblici, come prescrive l’articolo 97 della Costituzione, che ne fa una questione di oggettività e di eguaglianza dei cittadini nell’accesso agli incarichi pubblici, sono aperti a tutti, cioè a chiunque voglia parteciparvi, pos

to, naturalmente, che abbia i requisiti legali (titolo di studio appropriato, fedina penale pulita , rispetto dei limiti minimi e massimi di età, cittadinanza una volta italiana oggi europea ecc.).
I concorsi riservati sono normalmente riservati a personale che appartiene già alla medesima amministrazione e voglia o passare da una qualifica ad un’altra o, essendo precario, passare a tempo indeterminato. Abbiamo avuto concorsi del primo tipo soprattutto tra gli ATA ( ma anche i concorsi a dirigente scolastico pur essendo considerati pubblici potrebbero esservi annoverati, visto che pescano tra il personale docente provvisto di una certa anzianità) e del secondo tipo tra i docenti (le abilitazioni riservate con graduatorie altrettanto riservate o, se preferite, le cosiddette sanatorie).
Bene: il concorso che viene bandito oggi dovrebbe essere pubblico, ma in realtà non lo è.
Non lo è, non tanto perché dovrebbe essere riservato ai soli abilitati: la legge è cambiata nel 1998 ed ha aggiunto un requisito in più, cosa spiacevole per molti, ma fino a qui legale, dal momento che da allora in poi il percorso universitario avrebbe dovuto chiudersi, per chi intendesse dedicarsi all’insegnamento, con un’appendice abilitante. La cosa tuttavia è stata bloccata alcuni anni fa per la scuola secondaria, e non per la primaria e la scuola dell’infanzia, come se niente fosse, senza rendersi conto dei disguidi che si creavano nonché delle disparità di trattamento tra i due gradi di scuola. Risultato sono esclusi tutti coloro che si sono laureati senza poter partecipare da alcuni anni a questa parte a questa appendice abilitante che non c’era più, mentre sono inclusi tutti coloro che, pur non essendo abilitati, si erano laureati prima della legge (cioè fino al 1998) o che erano già in corso di laurea (cioè fino al 2002 se il corso era quadriennale o al 2003 se era quinquennale), ivi compresi per la scuola elementare e materna i diplomati iscritti all’istituto magistrale fin dall’anno scolastico 1997-98 ( compresi eventuali ripetenti terminanti oltre il 2002).
Già questo la dice lunga sulla correttezza della dizione “concorso pubblico”, oltre che sulla caratterizzazione giovanile di questo concorso che vedrà tra un paio d’anni (tanto ci vorrà svolgerlo) entrare in ruolo “giovani” laureati al minimo trentasettenni, sempre che riescano a “soffiare” spietatamente il posto ai loro colleghi ultraquarantenni ancora precari, alla faccia del preteso ringiovanimento della categoria, oltre che della solidarietà sociale.
Ma, a parte ciò, il concorso non è pubblico innanzi tutto perché il bando – si badi bene, il bando, non una legge o un decreto delegato – prevede che non possano parteciparvi coloro che occupano già un posto a tempo indeterminato nella scuola statale. Cioè non può parteciparvi un bidello o un lavoratore delle segreterie scolastiche che si sia laureato per tempo ma che finora non abbia avuto la fortuna di entrare nell’insegnamento, può invece parteciparvi qualsiasi altro lavoratore pubblico e privato. Non può parteciparvi un maestro elementare che, poniamo laureato in lettere o matematica, voglia tentare di entrare nella scuola secondaria. Non può parteciparvi un insegnante di lettere di un istituto tecnico o professionale che voglia andare insegnare lettere con latino in un liceo. Naturalmente invece può parteciparvi un insegnante a tempo indeterminato della scuola privata. Posso parteciparvi persino io che essendo già in pensione e non avendo raggiunto il limite di età che impedisce l’accesso al concorso non occupo un posto statale. Insomma come al solito ( e come avevo pronosticato in un’altra cosa scritta poco tempo fa),-diciamola giusta- per “evitare gente più vecchia “ si mettono “pezze” che sono peggiori del buco. Talmente peggiori che questa da sola, portata davanti ai TAR, è in grado di produrre il blocco del concorso stesso.
E poi ci sono le altre misure contraddittorie che potremmo definire minori.
Il bando continua a parlare di una prova pre-selettiva. Ora, se non mi ingannano la logica e la linguistica (ah, lo strutturalismo!) , il prefisso “pre” vuol dire prima. Prima di che? Prima del concorso. E quindi è una prova extra- concorso, tesi avvalorata dal fatto che il concorso prevede di norma due prove, una scritta e una orale. Allora al concorso non parteciperanno tutti ma coloro che avranno superato una pre-selezione e quindi non tutti coloro che hanno titolo per legge a parteciparvi, ma coloro che hanno titolo a parteciparvi ad libitum dell’amministrazione , che stabilirà pre-selezioni più o meno difficili a seconda delle bisogna, anche se in base a un criterio oggettivo quanto si vuole.
Si aggiunga che la legge a cui si ispira il concorso ( decreto legislativo 460/1998)prevedeva che potessero partecipare al concorso, in caso di numeri di ammissione inferiori al triplo dei posti messi a concorso ( e qui – tanto per complicarci ulteriormente la vita- sarebbe interessante capire se prima o dopo la pre-selezione), anche i laureati successivi al 2002-2003. Ma chi ha scritto il bando questa clausola scritta nella legge l’ha dimenticata nella penna, pur sapendo che nelle recenti preselezioni dei TFA la spietata legge della selezione ha creato più di un caso in tal senso, costringendo l’amministrazione a cancellare intere serie di quesiti per salvare la situazione. Ecco dunque altri potenziali esclusi che potrebbero legge alla mano rivendicare l’inclusione almeno potenziale.
Un’altra disparità di trattamento: come si è già detto, per i diplomati dell’istituto magistrale è previsto che l’anno di riferimento per l’accesso non sia solo quello finale 2002-03 ma anche quello iniziale 1997-98, in altre parole salvaguardando gli eventuali ripetenti nel percorso scolastico, ma la stessa cosa non è prevista per i fuori corso dell’università iscritti nel 1997-98. E’ una disparità prevista nella legge del 1998 e stavolta non è colpa di chi ha steso il bando, ma è pur sempre una disparità che potrebbe persino comportare l’incostituzionalità del D.Lvo 460/98.
Infine l’ultima esclusione contenuta nella legge stessa: tra i non abilitati non tutti coloro che supereranno il concorso, cioè l’esame, saranno abilitati, ma solo coloro che vinceranno cattedra e saranno assunti. E’ una cosa ridicola che il titolo professionale non dipenda dalla prova d’esame e neppure, badate, dal superamento del periodo di prova, ma dalla casualità, tutt’altro che improbabile, della assunzione. Tutt’altro che improbabile perché, per fare un esempio, con 6 posti di matematica e scienze messi a concorso in Liguria e 68 in Sicilia è pressochè sicuro che un risultato più alto non darà luogo ad abilitazione a Genova mentre uno più basso lo darà a Palermo. Ed anche questo mi pare assai poco costituzionale.
Sono sicuro che queste obiezioni sono state più volte sollevate ed anche da più parti. Ma ho l’impressione che nei corridoi del Ministero ed anche in quelle del Parlamento, visto che un Decreto legislativo supera controlli parlamentari, si siano fatte le spallucce di fronte a queste obiezioni. Allora però non lamentiamoci se l’amministrazione di questo paese la debbono fare i Giudici e non i Ministri e i Parlamentari!
Pino Patroncini 25 settembre 2012

 

Banda larga a Como

 

Da notiziario comunale- Progetto Regione-Telecom per la posa della banda larga

20/09/2012 – Nell’ambito di un progetto avviato lo scorso anno da Regione Lombardia e TelecomItalia, per la diffusione dell’Adsl (banda larga) anche in aree cosiddette a fallimento di mercato, a partiredalla prossima settimana prenderanno il via una serie di interventi su alcune strade comunali. Neimesi scorsi la società telefonica ha già lavorato in via per Brunate e attualmente lavori sono in corsoin via XXVII Maggio. Il cronoprogramma è in corso di definizione e non appena sarà stato definitoverrà dettagliato. L’elenco delle strade, in ogni caso, comprende: Statale per Lecco (attraversamento),via Crotto del Sergente, via Majocchi, via Terlizza, via Belvedere, via Acquanera, via Rienza, viaPannilani, via Navedano, via Maurizio Monti, via Peregrino, via Castelnuovo (attraversamento piùmarciapiede), via Bregno, via Isonzo, via San Giovanni da Meda, via Casartelli, via Giovio, viaVaresina (attraversamento), via al Piano, via Virgilio, via Muggiò, via Canova, via Solari, via Pio XI,via Bellinzona (marciapiede), via al Roccolo, via Sagnino, via Zanello, via Segantini, via Fattori, viaDeledda, via Silva. Così come già sperimentato in via per Brunate e in via XXVII Maggio, i lavoriprevedono uno scavo in minitrincea, ossia uno scavo effettuato con una fresa, della larghezzamassima di 15 centimetri e con una profondità tra i 30 e i 35 centimetri. L’utilizzo di questa tecnicaconsente di minimizzare i disagi alla viabilità che sarà sempre garantita, in quanto l’impatto del cantiere, per le dimensioni ridotte dello scavo, è limitato. Il buco scavato viene poi ricoperto da unamalta cementizia che consente il transito veicolare entro due ore dalla posa.

Credo che questa operazione sia utilissima, anche se  darà qualche disagio ai cittadini. Secondo i Pirati tedeschi internet è uno dei diritti fondamentali dell’uomo. Io non mi spingerei così in là, ma è evidente che interventi atti a migliorare il servizio banda larga sono quelli che più toccano il tema dell’innovazione nella vita ordinaria dei cittadini. L’Italia subisce un gap di informazione rispetto agli altri paesi proprio per via dei problemi di diffusione e di fruizione di internet; andare ad operare in questa direzione ci permette di non farci scivolare il futuro tra le dita.