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Artisti che decisero di fare da sé: 25 anni di Image

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In questi mesi 25 anni fa negli USA si verificò, a mio modo di vedere, uno degli eventi più importanti per l’industria della carta stampata, penso almeno degli ultimi anni a questa parte.
Oggi la carta stampata è quasi morta, ma allora accadde una cosa che ha del pazzesco se ci pensiamo oggi.
I principali artisti della Marvel, gente che faceva vendere quasi un milione di copie per albo da 1,99$, sbatteva
la porta in faccia ad una delle maggiori case editrici del mondo per inseguire quello che noi chiamiamo sogno americano.
In tre sbatterono la porta in faccia alla Marvel: Rob Liefeld, Todd McFarlane e Jim Lee tre mostri sacri del fumetto americano, persone che hanno innovato in modo rivoluzionario lo stile il modo di disegnare e concepire i fumetti uscendo dall’accademismo un po’ stereotipato e smontato dalle opere di Roy Lichestein durante gli anni della Pop Art.
Insieme a disegnatori del calibro di Erik Larsen, Marc Silvestri, Whilce Portacio e allo scrittore Jim Valentino con la Image Comics
dimostrarono che il concetto modernista de” l’arte per tutti” e il “self made man” potevano camminare mano nella mano
nel sogno americano.
L’arte e la capacità dei singoli uomini potevano rivaleggiare di fatto con le capacità industriali di una multinazionale:
un Davide che sfida a mani nude con fionda e un sasso un Golia bardato e invincibile.
Nel 1992 questi artisti diedero vita alla Image Comics con presidente Todd McFarlane, poi ideatore della casa di giocattoli iperrealistici McFarlane Toys,
ma famoso per aver creato le ragnatele “a spaghetto” dell’uomo ragno.
Allora ero un ragazzino quando lessi questa storia, quando leggevo gli ultimi albi degli X men disegnati dalla coppia Lee-Portacio, ma anche se facevo le medie capivo che era una cosa davvero pazzesca.
Non so se ci si rende conto, dei disegnatori di fumetti, gente che fa roba per sfigati parliamoci chiaro, riusciva a far guadagnare quasi 2milioni di dollari ogni mese per un albo
di 32 pagine di cui 10 di pubblicità: 22 tavole disegnate equivalevano a due milioni di dollari solo negli Stati Uniti.
E questo ogni mese.
Una roba davvero fuori di testa se pensiamo che oggigiorno con i film i supereroi sono entrati nell’immaginario e vedere un tomo di fumetti di quel genere nelle librerie non è considerato un tabù, perché ricordiamoci che parliamo sempre di maschi ipertrofici che girano perlopiù in calzamaglie aderenti e colorate.
Ma il dato industriale è interessante credo segni una sorta di confine tra quella che è la grande cultura industriale della carta stampata del novecento.
Milioni di copie vendute per i giornali, milioni per i grandi classici della letteratura, milioni per i fumetti allora.
E non è un caso se una serie televisiva, la serie televisiva comica di maggior successo degli ultimi anni sia The big bang theory, perché affonda le radici
in quel sogno di carta in cui tanti ragazzi della mia generazione sono cresciuti.
A molti titoli come Spawn o Wildcats diranno poco o nulla, ma questi eroi di carta erano e forse sono ancora la dimostrazione
che alla fine se c’è un terreno favorevole e il consenso popolare le idee possono diventare profitto e anche migliorare la vita della gente.
Pensate a quante persone oggi adulte sono state felici in giornate tristi leggendo una copia di Withcblade vedendo una bella ragazza come Sara Pezzini.
Certo sono fumetti, nulla di che, cose che si leggono sul treno o in bagno.
Ma come un caffè dopo un pasto o una sigaretta possono migliorare la giornata che era iniziata male e finita peggio.
Le possibilità sempre crescenti offerte dal Mercato Diretto sono state alla base del successo negli anni novanta della Image Comics e delle altre case indipendenti (ma anche delle major DC e Marvel, diciamocelo).

Con il diffondersi delle fumetterie, librerie specializzate, anche una piccola casa editrice può lanciare sul mercato un nuovo prodotto già sapendo anticipatamente quanto è stat prenotato dai negozianti evitando il rischio della resa del materiale invenduto e la gestione di un magazzino, che è finanziariamente una perdita.

Oggi viviamo nell’era dove la carta ha un ruolo marginale e secondario, anche se è la spina dorsale per questo tipo di industria.

Mi chiedo se il circo mediatico del giro cinematografico sarà la causa di una nuova rivoluzione come quella avvenuta 25anni fa con la Image.
Sarà perché sono cresciuto ma dal 2003 sporadicamente compro qualche albo. Sarà perché la qualità si è abbassata, sarà perché quello spirito è sparito.
Credo che quel mondo sia stanco e che in effetti spetti alla generazione nata tra gli anni ’80 e ’90 prendere il testimone e trovare nuove vie.
Stiamo parlando di fumetti e di sogni di carta, passatempi, chiaro.

Ovviamente vendere tante copie non vuole dire sinonimo di qualità, ma probabilmente un legame c’è, perché se una cosa è brutta generalmente non se la fila nessuno.
Ma ripeto, stiamo parlando di industria, di mercato, di editoria. Ci sarà ancora un’epoca in cui 5-6 albi con 22 tavole disegnate varranno 10 milioni di dollari al mese per la casa editrice che li produce?

L’interrogativo c’è, ma io credo che i ragazzi di domani meritino di sognare come l’ho fatto io quando avevo 12 anni.

La storia progressiva e il rapporto tra l’uomo e l’idea che si è fatto di Dio

Da alcune settimane la bioetica è tornata all’ordine del giorno nella cronaca italiana.

Il tema è sempre quello de “il corpo è mio e lo gestisco io”.

Principio largamente condivisibile, ma che non può essere semplificato e ridotto a stereotipi e banalizzazioni come succede di questi tempi.

Personalmente credo che si debba fare una distinzione molto seria e forte tra quello che è il fine vita e il rapporto con l’accanimento terapeutico e il resto del campo bioetico, perché la fine della vita e il principio della vita stessa sono cose diverse e vanno trattate in modo diverso.

Vita e morte sono cose distinte e se ciascuno in potenza può decidere della sua vita, intesa come morte, non è vero il contrario. È talmente precaria la condizione dell’anima nel corpo corruttibile, che non è più facile vivere che morire.

Il rapporto tra corpo, la sua gestione e la sua potenzialità è soggetta al libero arbitrio del proprietario, ma oggi la questione si arricchisce e diventa ulteriormente complessa nel momento in cui la complessità del mondo e gli sviluppi della tecnologia hanno aperto nuove porte.

Porte che se aperte troppo possono andare a ledere la libertà e la dignità dell’altro.

L’attualità ha portato alla ribalta la questione della gestazione per altri, “l’utero in affitto” che mette al centro la ridefinizione dei ruoli con una distinzione tra la genitricità e la genitorialità, la riduzione del concepimento ad asettico atto formale, possibile perché la tecnica lo permette e quindi ridotto a mercificazione, cioè una riduzione a transazione commerciale di un corpo, per alcuni il massimo dell’espressione della libertà per altri del tutto inaccettabile.

Questo perché il principio di famiglia per alcuni è semplicemente un fatto privato, e quindi gestibile all’interno di una scrittura privata, tra cittadini consapevoli e consenzienti, per altri invece la famiglia e la vita stessa fanno parte di un mos- ethos-costume e quindi la famiglia è pur sempre la cellula minima dello stato e perturbazioni in quell’ambito possono riguardare la collettività e in particolare l’opinione pubblica, in particolare sui ruoli di ciascuno.

Ma la questione è ben più ampia del fatto che i conflitti e le i problemi (anche legati alla procreazione) si risolvano con il liberalissimo principio del lassez-faire. Le cose sono più complesse.

Complesse e non riducibili ad una transazione economica, ad una mera questione commerciale o ad un fatto privato.

Perché se tutto è permesso, se tutto è lecito perché è possibile, cosa ci impedisce l’applicazione delle più fantasiose quanto eticamente discutibili ricombinazioni genetiche?

Perché il punto è anche questo e se ne parlava già trenta anni fa e su questo si interrogava Alexander Langer, incompreso dagli ambienti libertari e radicali nei quali aveva militato.

Quale è quindi il confine che si può superare?

Tutti questi sono temi sui quali ancora ci si interroga; da un lato le tecniche di procreazione assistita al di là di convinzioni religiose o pensieri libertari assoluti si ricollegano inevitabilmente al grande tema che dai tempi della rivoluzione scientifica e del pensiero razionalista ci accompagna.

L’uomo fin dove è giusto che si spinga ad applicare le conoscenze che ha acquisito durante e sulla vita?

La speculazione scientifica non deve avere limiti, ma l’applicazione della scienza deve averne? Probabilmente sì.

Nella ricerca della verità non tutto ciò che si apprende è legittimo mettere in pratica,

Fra pochi anni sarà possibile il trapianto di testa (o di corpo) e già oggi è possibile creare in provetta chimere genetiche. Esseri viventi che hanno arti e organi di un animale e altri di un altro. Farla con l’uomo è vietato. Così come la clonazione. Per ora.

Perché però? (Per me è chiarissimo, come è chiaro perché altre cose sono vietate.)

Posso fare ciò che voglio del mio corpo e del mio codice genetico, ma fino a che punto?

Se ognuno è libero di fare quello che vuole del proprio corpo, non è libero di fare ciò che vuole anche del proprio DNA anche nella malaugurata ipotesi di creare delle creature sventurate?

La vita nasce perché c’è la possibilità di farlo?

Se uno ha la capacità economica di permettersi quello che vuole, può fare ciò che vuole?

“Perché reggere in vita | chi poi di quella consolar convenga? | Se la vita è sventura, | perché da noi si dura?” 

La porta dietro la quale è celata la verità può fare tabula rasa delle speranze, un vaso di Pandora nel quale si rischia di perdersi ciò che di positivo e altruista l’uomo ha fatto attraverso la pulsione ad un ideale.

Aprire quella porta è molto rischioso non solo perché mette l’uomo al pari dell’idea che l’uomo, anche quello ateo, si è fatto di Dio, ma perché in questo modo è proprio vero il contrario, perché così facendo si mette l’idea del divino al pari di un uomo, un uomo che sostituendosi all’idea che ha del Dio che sperimenta sulla e con la vita solo e semplicemente, perché può. Non il principio cristiano nel quale il Dio si fa uomo e sente come lui il loro, ma un dio che si comporta come farebbe un uomo se avesse la possibilità di fare ciò che vuole.

In questo modo l’uomo non si eleva, ma perde la sua stessa pietà, il concetto teologico di pietas.

E allora non uomo, non dio, ma solo una sorta di demiurgo che gioca col fango creando Adamo, un “Totum unum et ex uno omnia”, in una sorta di transumanesimo disumanizzato.

Un demiurgo (un gruppo di demiurghi) che può fare quello che vuole della vita e con la vita perché ha la capacità intellettiva ed economica, ed un umanità che soccombe di fronte a questi individui tecnocratici e potenzialmente capaci di ingannare la morte.

L’illuminismo prima e poi il socialismo e il movimento operaio tentarono ciascuno a loro modo di superare le ingiustizie sociali, di cercare di creare un “paradiso in terra”, secondo l’idea che si potesse tendere al miglioramento della società perseguendo la giustizia e appunto il disegno divino anche in questo mondo e in questa vita.

Feuerbach immaginava che l’idea che l’uomo avesse del divino non fosse altro che un’idea dell’uomo elevata alla perfezione. La negazione del mondo terreno a favore di uno ideale in cui è presente la propria essenza fuori di sé non ha però un’influenza negativa sullo sviluppo della società umana. Essendo la proiezione della propria essenza ora in Dio, l’uomo che non possiede più tale essenza, che ha sede in un altro mondo, ha cercato di rendere il mondo in cui vive simile a quello ideale che ha immaginato e questo ha portato al progresso.

Il progresso inteso come la volontà di tornare all’età dell’oro, all’Eden. Ma una volta giunti all’albero della conoscenza del bene e del male si rischia di commettere un peccato ben maggiore di quello originale.

Se la religione o meglio la religiosità è la prima prova indiretta che l’uomo ha di sé, venendo meno questa consapevolezza, viene meno la coscienza di sé e il voler perseguire in una coscienziosità.

Ciò dimostra che se questa tensione viene allentata, perché l’uomo si sente in un qualche modo “arrivato”, anche la storia smette di essere progressiva e la società si ferma in un vicolo cieco. Una società senza coscienza, succube del suo stesso tempo e incapace di interrogarsi.

Se viene meno quell’idea, derivata dal sincretismo elleno-giudaico, viene meno sicuramente ogni riferimento al cristianesimo, ma anche ogni valore su cui si poggia il pensiero occidentale.

E se la verità fosse quella, allora nessuna giustizia, nessuna speranza di riscatto sociale o di redenzione cristiana è possibile, così come la giustizia non è cosa dell’altro né di questo mondo.

La vita è e resta un mistero,  nel senso puramente etimologico (Dal lat. mysterium, dal gr. mystḗrion, der. di mystḗs ‘iniziato’, der. di mýō ‘sto chiuso’ •sec. XIV.) Un mistero che è qualcosa di talmente complesso che per poter provare solo a percepirlo non possiamo che socchiudere i nostri occhi di fronte quella che a tutti gli effetti resta una cosmogonia.

la moda delle gonne lunghe e letteratura horror: come riconoscere i momenti storici senza conflitti

Sì, magari pare sia solo una coincidenza ma nella storia del XX secolo è accaduto che nei ruggenti anni venti nacque con Poe e Lovecraft la letteratura orrorifica, una vera novità per quello che era il romanza d’appendice e che però essendo metabolicamente connesso con il sentire comune dell’epoca probabilmente vivificava e materializzava le paure oscure e nascoste della popolazione che usciva da una guerra di dimensioni globali.

Creature dell’immaginazione, immerse nella deformità, contro le leggi della Natura, contesti passati o alieni, luoghi della memoria o di morte, tutte caratteristiche di questo filone letterario che non possono che essere appunto la rappresentazione delle contraddizioni e degli orrori che si possono vivere durante la guerra, appunto il contrario della pace e della normale vita cittadina secondo le cui regole tutto sarebbe opportuno che così si fosse mossa.

Questa stessa situazione si verificò anche dopo il secondo conflitto mondiale, stavolta nell’ancor più popolare dimensione cartacea del fumetto, figlio illegittimo di quel filone che nel secolo precedente aveva regalato romanzi d’avventura ambientati in mari lontani o in epoche remote, qua si affidava al senso grandguignolesco dei giovani dell’epoca col ritorno di vampiri, uomini artificiali e ragni giganti e la loro apparizione nella vita comune. Il tutto nel clima sospettoso del maccartismo che queste riviste fece chiudere per paura, la stessa che avrebbero dovuto suscitare i fumetti appunto, e che nel tentativo di esorcizzarla distraevano i giovani dalla corretta morale che si conveniva al tempo.

Anche in questo caso il clima di tensione  le storie narrate facevano da ponte con quanto visto nella guerra più devastante di sempre e la paura strisciante, anticipando di fatto il sentimento che da lì a poco con le guerre di Corea e Vietnam avrebbero coinvolto nuovamente i giovani americani.

Parrebbe finita e invece il genere orrorifico ha negli anni ’90 del XX secolo un altro picco di attenzione e successo nel filone popolare dei fumetti. Sandman e tutto il ciclo pubblicato dalla Vertigo, Hellboy della Darkhors,  il ciclo dellla così detta “marvel edge” con testate dedicate a Ghost Rider, Venom, Morbius e forse la più celebre icona della Image Comics, Spawn, unito ai numerosissimi giochi da tavolo e di ruolo legati al mondo dei vampiri e del ciclo lovecraftiano di Cthulhu.

Il tutto immediatamente prima dell’11 settembre, quindi ben inserito nel periodo di pace e crescita economica del periodo Clinton tra le due Guerre del Golfo.

Verrebbe da pensare che -per quanto riguarda questo genere almeno negli USA, ma forse non solo lì- quando c’è un ritorno di fiamma per il genere significa che si stia vivendo un periodo di pace, una pace consapevole di essere temporanea e che però esorcizza la paura di un ritorno alla guerra.

Non è un caso infatti che se questo genere  è sempre presente soprattutto in quelli che sono le fasce più basse e popolari del mondo letterario, i successi di mercato e il divenire permeativi e lasciare delle “pietre miliari” sono riscontrabili proprio durante i periodo di pace e crescita economica: i ruggenti anni ’20, i felici anni ’50 e gli anni ’90 dopo il crollo della cortina di ferro.

In sintesi potremmo dire che la letteratura orrorifica è come la gonna lunga: va di moda nei periodi in cui c’è un ciclo di espansione economica.

Riflessioni dopo gli attentati di Parigi (novembre 2015)

Capitolo 1 – l’odio

Ieri sera ho visto L’odio : Francia di venti anni fa, periferia, mancanza di scolarizzazione, piccola delinquenza, problemi di integrazione, anche al di là delle questioni etniche.
Come al solito emergono due problemi frutto della rivoluzione industriale: il primo urbanistico, l’altro sociale. La mancanza di progettazione di spazi sociali intergenerazionali e il venir meno dell’aggregazione dei corpi intermedi, tutte caratteristiche di uno stato laico figlio degli ultimi due secoli.
Il bisogno latente è la socialità in una società che socii non ci vede affatto, la risposta progettuale potrebbe probabilmente essere la destinazione di spazi per la costruzione di soluzioni aggregative negli orari pomeridiani e serali. L’uomo non vive solo per lavorare, specie se un lavoro magari non ce l’ha. Il “dopolavoro” come la possibilità di fare le ferie e vedere il mare una volta l’anno sono state risposte concrete di riscatto ad una quotidianità che poteva rischiare di finire nel degrado e nella deriva sociale. Il venire meno degli spazi nati in epoca cultura industriale di massa e quindi anche dell’indotto, hanno tirato una riga, ma da lì occorre ripartire.

Capitolo 2 – lo stato sociale

Al di là della retorica sul terrorismo purtroppo la questione oggi è come riprogettare le città e soprattutto le periferie senza doverle ricostruire da zero e senza ricadere magari in forme di stato etico, affinché nessuno si senta escluso o alienato, perché non è solo questione di spazi, ma di organizzazione del tempo e di vita sociale al di fuori della famiglia e dopo scuola. Se lo Stato è burocrazia e il welfare si limita alla famiglia, non andremo da nessuna parte

Capitolo 3 –  la storia dei “se”

Se c’è un momento fondamentale della storia del XX secolo che è cruciale per il destino della contemporaneità, quello il 1953, in quello che oggi è l’Iran.
Se la CIA nel 1953 non avesse voluto a tutti i costi rimuovere Mohammad Mossadeq ancor prima ostacolato dall’alleanza tra Scià e Zar, la storia contemporanea non avrebbe avuto guerre e terrorismi nel modo in cui li conosciamo.
Mossadeq era figlio di nobili, ma era per la nazionalizzazione del petrolio in Persia e per una riforma agraria. Britannici e americani non tollerarono queste scelte e si intromisero nella politica interna del paese, fomentando i gruppi fondamentalisti islamici contro il movimento laico e democratico che teneva insieme liberali e comunisti (e tutti avevano vissuto e studiato in Europa). Insomma in quella data il processo democratico partito dai moti rivoluzionari simili a quelli che nel 1848 toccarono mezza Europa venne bruscamente interrotto da una repressione dispotica.
La storia non si fa con i “se”, ma se ciò non fosse accaduto, l’Iran non sarebbe precipitato in mano agli Ayatollah nel 1979, non ci sarebbe stata la guerra Iran-Iraq, non ci sarebbero state le due guerre del golfo, quindi il terrorismo islamico non sarebbe dilagato nella valle del Tigri e dell’Eufrate. In Siria probabilmente non ci sarebbe stata una dittatura così come non ci sarebbe stato Saddam in Iraq e il Libano sarebbe rimasto come negli anni ’70. Forse ci sarebbe stato altro, ma al posto di pensare di esportare la democrazia, sarebbe stato opportuno che questa avesse potuto fiorire in modo lineare in Iran così come in Europa.
Il terrorismo internazionale è l’estremo risultato di una politica imperialista antidemocratica del secolo scorso. Le persone che hanno compiuto queste scelte sono tutte morte da anni, ma le loro responsabilità ricadono su di noi, su milioni di persone in tutto l’emisfero nord nel pianeta, da New York allo Xinjiang, a Utoya come a Parigi. Gli assassini avvenuti a Parigi nel 2015 ci hanno toccato tutti profondamente (ma non possiamo dimenticare i morti che il terrorismo fa ogni giorno in Africa e in Asia) e l’unica cosa che possiamo fare è rispondere all’oscurantismo e al terrorismo con più democrazia. Non permetteremo alla paura della paura di farci tacere perché noi possiamo fare la differenza e cambiare la storia già da oggi.

Capitolo 4 – Immaginare gli spazi futuri

 

Alessandro Papetti una decina di anni fa ritraeva quel che restava della fabbrica della Renault a Ile Seguin sulla Senna in queste gigantesche tele. Da qualche anno al posto del complesso industriale c’è un grande vuoto in attesa di nuove edificazioni
Ecco come la fabbrica e gli altri luoghi di lavoro e i progressi ottenuti dal movimento operaio hanno costruito buona parte della socialità del XX secolo, tocca a noi porre le basi per costruire una nuova storia che faccia sentire tutti parte di una comunità in questo XXI secolo ormai incominciato, ma che come il precedente si inizia a scrivere dall’ anno 15.