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Kaurismaki e il suo Miracolo a Le Havre

 

Il film ad un primo approccio può sembrare strano, ma in realtà è densissimo di contenuti espressivi da una fotografia magistrale.

L’obiettivo della macchina da presa affoga la vicenda in immagini che ricordano spesso la pittura francese di fine ottocento, con una significativa predilezione per suggestive inquadrature ispirate evidentemente al periodo blu di Picasso.

La vicenda del resto parla degli ultimi  che brancolano nei bassifondi della società  eche resistono grazie alla solidarietà reciproca, lottando contro il vero nemico che sta nell’invidia e nel sospetto.

Le scene si susseguono con interessanti citazioni pittoriche che vanno dai dettagli delle nature morte di Cézanne ai primi piani dei volti degli immigrati, che ricordano la pittura di Gauguin. Immagini di vita quotidiana condotta dai protagonisti, una vita semplice e marginale rispecchiano l’approccio di Van Gogh e dei Nabis al mondo, con quel sapore arcaico e genuino che è quello che i personaggi ci suggeriscono di avere.

Karusmaki in questo film raddensa tutta l’esperienza dell’esperienza degli ultimi dieci anni in descrizioni fredde con le panoramiche dei luoghi antropizzati, passando però subito nell’azione a dare peso all’umanità che rimpie questi spazi brulicanti.  Essere povero, essere straniero o essere uno sbirro non fa perdere la dignità ai protagonisti, tutti di altissima moralità nel momento del bisogno.

Il regista nelle scene in cui è l’etica la protagonista della narrazione, lascia scorrere un sussesguirsi di immagini in cui anche i personaggi minori si elevano in qualche modo al rango di protagonisti. Una luce sempre tagliente è costante in tutto il film, che si tratti del neon notturno, alla luce che si infiltra nel container o che dalla finestra illumina un vaso di fiori postimpressionista.

C’è tutta la soliderietà del movimento operaio e la cultura dei rinnegati in questa storia, un rimando continuo al passato, che non è banale come l’attimo potrebbe farci pensare. Un miracolo che non è solo la guarigione dalla malattia incurabile, ma la catarsi della società stessa, dove l’umanità vince sulle regole che rispettano forse la legge, ma non la giustizia.

Anche la musica segue una sua logica, poiché si passa dalle scene inziali con riferimenti alla musica popolare francese, passando da note malinconico blues arrivando alla fine del film dove troviamo la conclusione con una melodia già moderna, molto rock&roll anni ’50.

Un film eccezionale per regia, sceneggiatura e fotografia e protagonisti visti già in altre pellicole piuttosto celebri; il protagonista,  André Wilms, visto in Tanguy,  e direttamente da “il mio amico giardiniere” Jean-Pierre Darroussin, il commissario Monet (sempre vestito di nero, il colore che nei quadri di Monet non c’è mai)  e la musa finlandese del regista, Kati Outinen, presente in moltissimi film di Kaurismaki.