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L’arrivo del digitale terrestre ha forse influito sull’offerta politica?

Qualcuno si ricorderà della questione di rete4, con le barzellette di Emilio Fede sul Satellite, lo scippo delle frequenze di Europa7 e il contenzioso decennale che si perpetrava. Poi arrivò la rivoluzione digitale, che poi non era nulla di che, se non altro perché cambiava solo che attaccavi una scatoletta alla tv o compravi proprio una nuova tv. I maligni pensarono che fu un’idea per fare soldi, dato che la società che distribuiva i decoder era del fratello, Paolo, sì quello che stava con la Estrada e faceva qualche cavolata che il fratello maggiore poi riparava.

Poi è successo che c’è stata davvero la svolta. Improvvisamente la scelta non è più stata tra le 7 tv generaliste e Mtv.  Si è aperto un mondo quando la gente ha iniziato a scoprire che esisteva anche altro oltre a Canale 5. C’erano tanti canali rai, tante tv private specializzate in cose diversissime, nuove, innovative. E guarda caso la tv non è più stata quella di prima, quella dove l’unica scelta era mediaset. Stranamente quando questa curiosità diventò abitudine, iniziò il tonfo inesorabile del cavaliere brianzolo.

Se dai agli altri la possibilità di scegliere cosa vedere, non ti diranno grazie, ma guarderanno altro.

Questo è stato il grosso errore dei berlusconiani che pensavano di poter accattivarsi l’appetito e la passione degli italiani con la diffusione intensiva del digitale terrestre: tante idee piccole, diverse, targettizzate, hanno improvvisamente reso l’immagine dei programmi mediaset come obsolete, delle certezze su cui contare. Non a caso non c’è nessun nuovo programma da anni. Non a caso le neonate tv o puntano sulle repliche o sul pacchetto tutto compreso- tutto comprato da altri, con le serie tv straniere. Berlusconi non era più il detentore della televisione, non era più l’unico grande dispensatore, smetteva definitivamente di monopolizzare il tempo libero degli italiani che potevano finalmente scegliere di vedere qualcosa di diverso. Potevano pensare diversamente da quello che gli veniva offerto sempre uguale da anni. E fu allora che Silvio crollò nelle intenzioni di voto. Nessuno ha analizzato questa cosa, ma l’appeal di Grillo o Monti sarebbe mai stato tale con le condizioni televisive di 6-7 anni fa?  Gli italiani avrebbero potuto accettare di uscire dall’idea di un duopolio? Ovviamente no. La fine del bipolarismo come l’abbiamo conosciuto inizia proprio con la fine del duopolio rai-mediaset nella scelta televisiva. Sembrerà una sciocchezza a molti, ma la tv occupa la maggiorparte del tempo libero (quindi il tempo della felicità) dell’italiano medio. Chi può influire su questo tempo, può vincere le elezioni.

 

Il travaglio dell’antipolitica

 

Che cosa è l’antipolitica?

 

Sicuramente non è il Movimento Cinque Stelle. O meglio esso è una conseguenza politica dell’antipolitica. E a sua volta l’antipolitica è piuttosto una conseguenza di quell’editto bulgaro che censurò l’informazione. Da lì in poi un certo dipietrismo e musodurismo da asini volanti ha confuso la politica con la denuncia. Tutti a batter le mani come fessi a Travaglio dicendo che lui sì che era bravo. Ma lui è un giornalista, fa il suo mestiere. Dire che le cose non vanno bene spetta a lui, ma lui denuncia, non propone, poiché quello è il compito politico degli eletti e dei militanti. L’antipolitica è l’elevazione spirituale snaturata e manichea della trasparenza a livelli celesti . La trasparenza ci deve essere sempre, ma prima servono le idee, la chiarezza e la pulizia sono una conditio sine qua non. Comunicare non è cosa diversa da fare politica. Comunicare una cosa male e in modo sbagliato significa fare una politica sbagliata.  L’antipolitica è la parcellizzazione della politica. E’ il fraintendimento delle questione, ovvero lo spostare dal campo dei problemi i temi e portarli in quello delle emozioni. La politica non è emotiva, può esserlo semmai una scelta, ma non possiamo farci trasportare dalle suggestioni, perché finiremmo fuori strada. Il M5S ha responsabilità minori, poiché seppure si è cavalcato un film fascistoide come V per Vendetta, i danni più gravi vengono dalle irresponsabile informazione fatta da Santoro e Travaglio. Pur condividendo praticamente tutto di quanto detto negli ultimi anni, credo che le modalità abbiano fiaccato la fiducia degli italiani, nell’insano tentativo di incensazione dell’informazione. Informare è giusto, giustissimo. Ma non basta. Essere informati non significa essere consapevoli. Sapere che le cose non vanno, non significa sapere che sappiamo come possono essere risolte. Comunicare bene e avere buoni slogan, non significa poi poterli applicare nella realtà. Finché tutto rimane nei modelli, allora ha ragione “l’aria fritta”, ma quando ci si confronta nella concretezza dei problemi, succedono cose differenti. Quindi la vera antipolitica è il fraintendimento della denuncia giornalistica, che mai potrà sostituirsi alla costruzione partecipativa. La piazza che manifesta è ottima, ma oltre la parata e la barricata serve sempre un progetto, magari un progetto partecipato.

Contro la corrente

La possibilità concreta di vincere le elezioni cittadine questa volta è accessibile per il centrosinistra: ma a che prezzo? Che città ci troveremo ad ereditare dopo venti anni di gestione dissennata della cosa pubblica locale?

Il processo delle primarie ha aperto un cantiere del programma che ha dato ampio spazio alla società civile e ai movimenti che ruotano attorno al Partito Democratico. Il prossimo passo sarà quello di passare al ballottaggio e poi al secondo turno, vincere le elezioni. Il Partito Democratico grazie anche alla guida di un candidato sindaco non solo può ambire a guidare questa città per il prossimo decennio verso un periodo di crescita, ma può addirittura cambiare le carte in tavola. Troppi anni ci hanno mostrato spartizioni, lottizzazioni, a favore di questa o quella persona della tal corrente, una donna a coprire come la foglia di fico evidenti lacune del retroterra culturale delle stesse. Purtroppo questo modus operandi lo abbiamo visto in modo macroscopico a livello nazionale.

La mia convinzione personale è che un compito per un assessorato o un ministero non deve seguire come solitamente si tende a fare la logica della corrente, ma quella del merito.  Appoggi del tale onorevole o la longa manus dell’XYZ di turno che sposta le sue amicizie in base all’interesse economico di appalti e altre amenità sono l’eredità di un ventennio sciagurato.

Sono convinto che una persona come Mario Lucini saprà fare le sue scelte in modo drasticamente diverso, nel modo in cui un cittadino normale vorrebbe.  Non diamo nomine in base alle categorie, quella è una politica alla village people, con ogni bandierina da rappresentare: diamo forza a una politica di rinnovamento e cambiamento, una politica nuova anche grazie alla partecipazione dei giovani.

Il problema però resta sempre lo stesso. L’etichetta, la categoria, sono motivazioni vuote se dietro non c’è un contenuto.  Non possiamo affidare le nostre scelte a vuote tautologie. Non posso votare uno del nord, perché sono del nord, non posso votare un giovane perché sono giovane, non posso vuotare una donna perché sono una donna. questo categorizzare è estremamente negativo, perché ci distoglie dalle scelte secondo un principio di opportunità e per sostituirsi ad un tribale principio di identità.  Il centrosinistra può superare queste contraddizioni che hanno distinto in modo poco costruttivo la politica recente.  Serve invertire la corrente, non adeguarsi ad essa.