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Quel che so della guerra

Tutto inizia col posto di lavoro dei miei bisnonni.  Lui si chiamava Fermo,  giardiniere, era trovatello, lei Pia e veniva da una famiglia di mezzadri. Prima della guerra facevano da custodi in una villa poco fuori dalla città murata di proprietà di ebrei. Allo scoppio delle prime avvisaglie delle leggi razziali la famiglia scappò dall’Italia all’estero, in fretta e furia forse verso l’America. La guerra scoppiò e mandarono mio nonno in Albania:  lì c’era poco da mangiare e le riserve di riso erano infestate dai topi. Il rancio che manciavano i soldati era cosparso dalle feci. Per la fame trovò delle tartarughe di terra e le mangiò. A casa conserviamo ancora i loro gusci.  Ma non finì qua: dopo l’8 settembre era rimasto prigioniero a Nizza. Una rocambolesca fuga portò lui e ad altri tre compagni a scappare dal campo di prigionia. A piedi attraverso le Alpi, le Langhe e il Monferrato fino a tornare a Como. L’Italia che attraversarono a piedi era occupata dai nazifascisti. Ad Alba dopo mesi che non mangiavano carne, abitanti del posto gli offrirono un coniglio in salmì. Grande fu la gioia per un piatto di cui era patito. Purtroppo gli rivelarono che non era coniglio, ma gatto. Questo lo fece stare male tutta la notte con conati di vomito. Il viaggio proseguì, a piedi o con mezzi di fortuna. Arrivati finalmente a Como la sorpresa fu grossa. Non si poteva certo pensare di stare tranquilli. La Villa dove i miei bisnonni erano i custodi era diventata la centrale operativa della Gestapo. Mio nonno venne nascosto per settimane dietro ad un armadio e lì rimase senza che i tedeschi si accorgessero di nulla. Nel mentre i tedeschi razziavano quel che potevano ai cittadini, perfino la farina di castagne, che era una delle poche cose commestibili dopo anni di conflitto. In seguito si unì ai partigiani e fece parte del gruppo che liberò la città di Como arrestando di persona il prefetto. Nel 1998 venne premiata la sua partecipazione attiva alla Resistenza con un’onorificenza pubblica a Villa Olmo.

La guerra e le leggi razziali lasciarono poi in quella casa tutto quello che la famiglia di ebrei non riuscì a portarsi via: armi antiche, un tavolo di pietra, servizi di porcellana di ogni tipo, arredamento di pregio e perfino un samovar.

Sono passati diversi decenni ormai da questi fatti, ma pensare che la storia possa toccare così da vicino la tua famiglia, ti fa capire che siamo immersi negli eventi e non possiamo scansarli in nessuno modo.

Le ville sul lago di Como

Università e Como

Oggi ho fatto il mio giro di campagna elettorale in quella che fu (anche) la mia Università, per la triennale perlomeno. Ringrazio tutti quelli che hanno preso il materiale e chi mi hanno dato retta, anche quelli non residenti che lo hanno dato ai loro amici. L’ambiente è sicuramente più internazionale di 9 anni fa, anche se i difetti restano gli stessi. In Castelnuovo le solite macchie di umido e perdite di acqua tra il laboratorio di chimica e le aule di disegno industriale. Fuori nel cortile di via Valleggio qualcosa si è mosso: perché quel cortile non c’era ed era un piccolo prato nel 2005, quando dopo la visita del presidente Ciampi venne trasformato subitaneamente in  cantiere, a detta di alcuni perenne. Ora nonostante tutto qualcosa si è mosso, anche sono passati 7 anni e il cantiere è quasi alla fine. Il clima purtroppo è sempre quello un po’ ibrido,  stranamente misto tra provinciale e internazionale, col risultato di accentuare i difetti di entrambi. Ben altro clima si respira in Bovisa o in Statale, ma quello non dipende dall’Ateneo, bensì dalla città. Per questo occorre che Como vada incontro alla struttura cercando di valorizzarsi e di valorizzarla, perché questo non è stato fatto. Il limite è anche la cesura costituita in anni e anni, tra studenti fuori sede e quelli che invece vengono perché c’è l’Uni sotto casa. Purtroppo questo è un effetto del provincialismo che spesso tocca la povera Como. Sicuramente occorre una delicealizzazione (termine orrendo ma opportuno), una forte integrazione con le attività collaterali e soprattutto un intervento serio di politiche giovanili che sappiano utilizzare l’eccellenze culturali prodotte in vari ambiti per l’uso sociale e associativo. Occorre un campus? Probabilmente sì, ma in questi spazi, che devono esser spazi della città, dei giovani per i giovani,  devono essere privi di colore politico e dare la massima libertà di espressione. E in questi spazi dovrebbero esserci quelle sale studio di cui in biblioteca comunale si sente l’esigenza; eppure i due mondi, anche se separati da un solo chilometro, pare non si conoscano e abbiano contatti minimi. Insomma l’Università a Como c’è, però occorre interazione e integrazione tra le varie realtà.

Mario Lucini sindaco: perché votarlo

Mi sono accorto che non ho ancora parlato come si deve in questa sede del mio appoggio a Mario Lucini.

A differenza di altri, io l’ho sostenuto fin dal principio, dalle primarie a seguire. Credo che la sua competenza  e il suo modo di fare siano le qualità necessarie per chi dovrà bonificare una eredità ventennale davvero farraginosa. Serve trasparenza, un rapporto nuovo coi cittadini, che io credo debba essere esteso non solo con la partecipazione dei consigli comunali, ma anche con l’estensione ai cittadini interessati di luoghi di discussione come Fare Comune nato dopo le primarie di novembre. Credo che Mario Lucini sia in grado di intercettare le esigenze di moderati e progressisti di questa città, andando però oltre queste spesso sterili divisioni. Non è solo un uomo del fare, ma è anche e soprattutto un uomo del fare bene, perché non agisce da solo, ma ascolta gli altri e i loro bisogni prima di agire.  Qualità, partecipazione, solidarietà, sostenibilità, trasparenza, esperienza, credibilità sono le nostre parole d’ordine.  Como può cambiare, si può cambiare, si deve cambiare. E’ il momento di farlo.

 

Como e il verde pubblico

Parlando con alcuni dipendenti comunali di diversi settori ho scoperto parecchi aneddoti e altrettante cose interessanti sui poveri alberi comaschi.  E questi alberi appartengono a tutti noi. Per esempio quelli che vengono spesso sostituiti vicino alla stazione delle ferrovie  nord a lago, spesso e volentieri subiscono non graditi bagni di colla, trovandosi proprio vicino al cartellone pubblicitario. Giovani e imbevuti non possono che non attecchire in condizioni così avverse. Oppure  c’è il tema della aiuole:  le aiuole che stanno sulla passeggiata di Villa Olmo spesso vengono sostituite in toto quando solo alcune piante sono state calpestate. Rimasi incredulo quando un giardiniere mi disse che sarebbero vissute al massimo tre settimane (era fine ottobre quando avvenne il fatto). Per la serie “sprecare tempo e denaro”, a Como si può.  Ma di situazioni grottesche ce ne sono a palate.  Per dirne una ancora ci sono gli alberi in viale Geno, potati da privati poiché da un lato non ci sono i soldi nelle casse, dall’altro tutti quei rami gli tolgono la vista. Un grosso problema che pochi sanno e che mi ha svelato un tecnico dell’ufficio giardini è che Como ha troppi alberi sbagliati nei propri giardini. Tutti quei platani che si sono ammalati a catena per la città o tutte quelle conifere sono un problema per l’ordinaria manutenzione. Come sempre errori del passato che tocca a noi gestire, quando ormai sono davvero casi problematici. I sempreverdi non si possono potare, perché non ricrescono. E questo è un problema e danno per il verde urbano. Gli alberi così crescono e a un certo punto non si può controllarli in alcun modo.  La logica vorrebbe che si usassero i criteri dei primi giardini, quelle settecenteschi e ottocenteschi, con piccoli boschi di alberi della stessa specie, magari autoctoni, come castagni, gelsi o tigli, così da cercare di inserire un’armonia nel progetto. Per progettare bene il verde non serve solo dire no alla cementificazione, ma  è opportuno approcciarsi in modo umile e razionale al problema. Per farlo occorre un progetto di lungo periodo e una visione. Personalmente credo che il parco che verrà a posizionarsi su una porzione dell’area dell’ex Ticosa non possa che farsi memoria del patrimonio di Como, con un rimboschimento dell’area mediante gelsi neri e bianchi, ormai quasi scomparsi non solo dai parchi, dai giardini e dalle campagne comasche, ma addirittura dai vivai. Pensate che nemmeno alla Fondazione Minoprio sono riuscito a trovarne uno.

Como stupenda, ma quel lungolago è un vero peccato

Ottimo articolo di Alessio Brunialti che ci segnala un occhio diverso sulla città. Un grazie a Elisa (la mia ragazza) che me lo ha segnalato.

Bottega artigiana e dintorni


 

Ringrazio   Adriano Sampietro con cui a quattro mani abbiamo scritto queste considerazioni, pubblicate sull’opuscolo Negotium 2011

In un passato relativamente recente la Lombardia si distingueva per la propria capacità di produrre innovazione culturale (vedi arte contemporanea, moda e design). Negli ultimi decenni sono
venute meno le condizioni che hanno favorito la nascita e l’affermazione dell’eccellenza creativa lombarda e si assiste oggi alla proliferazione di singole iniziative pubbliche di grande richiamo
che tuttavia non rappresentano il frutto di adeguati percorsi di ricerca, formazione, sperimentazione e produzione artistica e culturale. Si è impoverita la proposta culturale ed economica che
aveva favorito questo tipo di sviluppo. Occorre uscire da questo guado pericoloso, dove tutto (o
molto) sembra essersi fermato al “muro del pianto” dove sfogarsi senza proporsi, oppure alla cinica
rassegnazione verso la globalizzazione avanzante. Un sistema formativo inadeguato, che non
sembra in grado di educare alla creatività, né tanto meno in grado di intercettare e valorizzare le eccellenze in campo artistico e culturale. Un sistema in stallo che a fatica riesce a trasmettere conoscenze e competenze innovative. Un contesto logistico sfavorevole, frutto di una carente programmazione nella destinazione degli spazi. In Lombardia i rari esempi di luoghi finalizzati alla promozione della contemporaneità e dei nuovi linguaggi faticano a competere con altre destinazioni d’uso in grado di garantire rendimenti nettamente superiori. Un tessuto socio-economico condizionato da fattori economicofinanziari che tende a reclutare e
assorbire i migliori talenti artistici a fini prevalentemente “commerciali”. Un contesto socio-politico
che tende a penalizzare le generazioni più giovani non promuovendo a sufficienza attività di ricerca e sperimentazione artistica. Da qui la forte necessità di ricreare situazioni favorevoli per rilanciare un mercato dell’offerta peculiare che sta scomparendo : artigiani e figure professionali legate alle tradizioni delle arti e dei mestieri tipiche del contesto comasco (cesellatori, falegnami, fabbri, calzolai, disegnatori tessili, muratori, sarti, intagliatori, orefici, orologiai …panificatori, pescatori,…il cestaio, l’arrotino … ). Da qui l’impegno rivolto alla formazione professionale tout-court con taglio aperto all’imprenditoria artistica e alla scuola-bottega in particolare e
la necessità di sbocco professionale supportate dalla costituzione di cooperative di produzione e cooperative tra professionisti per promuovere un modello economico che sia reddituale (riduzione delle spese di gestione, aumento delle entrate favorito dalla sinergia delle figure professionali comprese nel modello e dalla ricerca di integrazione con la vocazione turistica del territorio). In quest’ottica, con uno sguardo al passato e alla tradizione da un lato, dall’altro guardando al futuro e all’innovazione, è possibile provare a invertire la tendenza odierna analizzando e sviluppando i seguenti punti, per noi nodo cruciale all’interno del discorso fatto fino ad ora. 1) E’ fortemente esigita una programmazione urbanistica che preveda quartieri e/o
rioni che ricreino. spazi per le scuole-bottega, per i negozi con annessi laboratori artigianali. Quindi un’offerta di situazioni laboratoriali con spazi messi a disposizione per attività
produttive e di servizio da parte degli
Enti Pubblici. Una o più Banche territoriali, Fondazioni territoriali ponte
ad aiutare le giovani generazioni a prendere il volo. 2) Una programmazione territoriale in grado di rivalorizzare “la corte” come modello di socializzazione e di sviluppo sostenibile e una fetta della città (quartiere) da dedicare a residenza per artisti. 3) Il circolo virtuoso deve trovare i giusti collegamenti e canali per attrarre l’attenzione degli abitanti e dei turisti verso questa proposta culturale/produttiva, per creare indotto e commercio. Senza investimenti non si va da
nessuna parte ! 4) L’obiettivo deve essere quello di formare individui consapevoli del loro possibile ruolo all’interno del sistema produttivo. La dimensione artigianale del
lavoro non è più da considerare strettamente legata alla produzione. Il sistema industriale e la produzione di massa hanno trascurato la professionalità del singolo, impoverendo il modo di lavorare pre-industriale, cioè quello di tramandare “a bottega”, depauperando di fatto quella che
è la cultura del lavoro. 5) Riprendere in chiave moderna i concetti dell’Art&Craft, adattandoli però al terzo millennio … pensare all’artigianato non solo come categoria di produzione, ma anche
come servizio parallelo, nella dimensione assistenziale di riparatore esperto. E’ necessario uscire
dalla logica del “compro-uso-butto”, per riprendere e promuovere
“la civiltà del riuso, del riciclo”.
Un’utopia ? A ben riflettere forse è necessario un rilancio dello “sviluppo sostenibile” in un’epoca di grandi stravolgimenti, mistificazioni, turbative, crisi. A livello “macro” il modello di economia va ripensato. A livello “micro” la scommessa sulla bottega artigiana, inserita in un contesto ripensato, può avere le gambe per camminare.