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Un PD più europeo con tre anime

 

Tre anime perché il PD è metaforicamente un’Idra a tre teste.

Non parliamo dell’idra di Lerna o altre bestie mitologiche, ma del problema solo italiano, dove due dei principali movimenti politici europei non sono rappresentati. Il PD fa infatti parte ormai a pieno titolo del PSE, ma il PD è qualcosa di diverso dai DS; non solo perché comprende al suo interno una forte sensibilità del cristianesimo sociale e del cattolicesimo democratico, peculuriatà  tutta italiana e che sicuramente arricchisce la formazione politica stessa.

Inoltre c’è l’enorme problema che circa il 15% dell’elettorato europeo composto da ALDE, liberali e democratici, e dai GREEN, i verdi, in Italia non sono pervenuti in Italia, almeno secondo la media europea. Parlandoci chiaramente se l’astensione è attorno al 40% e queste due forze non sono rappresentate, significa che molto probabilmente nella fascia dell’astensione ci sono queste persone. Statisticamente infatti abbiamo visto che  nel 2013 la svolta montiana, dava per la prima volta una rappresentanza superiore al 10% oltre

Questo grosso bacino di sensibilità è una grande opportunità per il PD a vocazione europea. Se infatti l’Italia vuole avvicinarsi all’Europa, dove in alcune nazioni queste sono forze fondamentali di governo, è necessario che qualcuno qui rappresenti queste istanze e parli anche a questo tipo di elettorato.

Del resto questa peculiarità renderebbe davvero possibile l’orizzonte europeo di un socialismo liberale, che appunto ha posto le basi del benessere e dello sviluppo, nel giusto equilibrio tra sistema capitalista e stato sociale. Una cosa che solo in Europa siamo riusciti a fare, giusto per ricordarcelo ogni tanto. Poi ha smesso di funzionare in modo efficiente, ma se funzionava prima, può tornare a funzionare poi: basta uscire dall’austerità passando dal concetto di equità a quello di eguaglianza.

Insomma il PD maggioritario, quello che sta sopra all’asticella del 30% deve per forza essere liberale e green, senza perdere la sua natura di forza del socialismo europeo. Liberale per davvero però, verde di più. Perché non è pensabile che ci si nasconda spesso dietro la burocrazia per fare finta di essere verdi e liberali al tempo stesso e alla fine non lo si è mai. E non si è nemmeno di sinistra. Greeneconomy è una bella parola, ma non c’è solo la questione dei pannelli solari per essere green, c’è molto altro.

Lo stesso vale per i liberali e i libertari. Ricordo che escludendo alcune istanze ultraliberiste, un piccolo movimento come Fare espone diverse contraddizioni che toccano vari ambiti della società. In particolare in certe regioni, per esempio quelle più produttive, prima che esplodesse lo scandalo Giannino, Fare era dato al 4%, più un 12% dell’area montiana. Questo dato dovrebbe fare riflettere nelle intenzioni di voto. E dovrebbe fare riflettere che molte di queste persone liberali  che hanno scelto Fare, così come molti ecologisti che hanno votato SEL hanno spesso guardato con interesse le iniziative organizzate da Civati, perché il PD di Renzi è sì aumentato nelle intenzioni di voto, ma serve il contributo di tutti, di tanti, per fare sì che siano la maggioranza dei cittadini, ciascuno con la propria sensibilità a potersi riconoscere nel PD.

Come sappiamo il PD ha tre radici italiane, quella democristiana,  quella comunista e quella socialista, ma può avere anche tre rami che fortificano la sua natura democratica, in modo che tutti si sentano rappresentati. Perché liberali ed ecologisti guardano per forza di cose a questo partito, che però deve essere nelle condizioni di diventare un posto in cui possano riconoscersi.

Ovviamente una dimensione plurale e dinamica può essere il luogo in cui le istanze più moderne del pensiero progressista, che dialoga anche con la parte alla sua sinistra, è quella che mi auspico. Insomma quel soggetto plurale, aperto ed europeo nella quale in tanti potremmo riconoscerci.

 

Il nuovo centrosinistra 20 anni prima

Leggo con grande stupore -prima di oggi ignoravo questa vicenda- che nel 1994 dopo l’inaspettata sconfitta della coalizione dei progressisti, che Alexander Langer volesse correre per la segreteria del PDS in sostituzione di Achille Occhetto. Lo dice lo stesso Langer in un articolo dell’epoca inserito nella raccolta Il viaggiatore leggero.

Interessante l’analisi delle debolezze e delle mancanze della sinistra, le stesse di oggi, in particolare in riferimento ad un problema dei sentimenti comuni, uno su tutti la compassione al posto della sola passione. Pensiero che appartiene grazie a Langer scopro appartenere a Willy Brandt e in cui io oggi nel 2014 mi ci ritrovo molto, accorgendomi che nei lustri precedenti poco è stato fatto. Credo che oggi Lander e molte delle sue idee vivano nel PD, come lo stessi Renzi abbia ricordato, forse in modo non adeguato qualche tempo fa. Certo è che come diceva lo stesso Langer la vecchia sinistra legata al PCI e a quel pensiero strutturato, all’organizzazione stessa isolata dalla società civile, che di fatto limitata venti anni fa i DS alla non rappresentanza di molte istanze della sinistra nuova, oggi è ancora una zavorra non indifferente per quello che siamo soliti chiamare centrosinistra. La cultura cattolica, quella ecologista, quella femminista, quella dei diritti, quella del paesaggio e della cultura sono ciò che caratterizza un moderno partito progressista, che lavorando insieme, appunto con la compassione, etimologicamente interpretata, il sentire comune appunto, sono come le dita di una mano che lavorano insieme (per dare un pugno o per fermarlo). Il problema quindi della sinistra sta nella sua doppia natura, formata da parte partitica, dove stanno i politici, e da movimenti, dove sta la società civile: entrambi fanno politica, ma la struttura dei primi e la liquidità dei secondi rende difficile essere efficienti. E l’idea di rendere liquidi i partiti stessi è ormai dimostrata come deleteria per la politica, poiché chi comanda in un partito così poco strutturato, diventa estremamente propagandista, più burocrate e meno relazionato alla base stessa. Ho sentito dire proprio da Walter Tocci che il problema sta nel relazionarsi tra corpi intermedi e la base, perché il problema della sinistra oggi è superare la fiducia della delega in bianco (e scimmiottamenti del centralismo democratico), poiché la consultazione crea maggiore legame e legittimazione, anzi dovrebbe essere proprio questo lo scopo di chi ha un ruolo apicale, “sentire come la pensa la propria gente”, poiché appunto pensa e ciascuno lo fa in modo diverso.

Le politiche di prossimità, quelle che pongono i bisogni degli invidui come elementi in relazione di una comunità, sarebbero dovute sorgere molto tempo fa, invece restando latenti ed emergendo man mano come necessità “di nicchia” solo dopo l’avvento della bolla speculativa americana nel 2008, restano per ora un patrimonio minoritario, ma al tempo stesso una preziosa cerniera di sviluppo per la sinistra.

Per politiche di prossimità si intende tutto quel patrimonio di sensibilità che toccano l’uomo e il suo contesto, l’ambiente in cui vive, il paesaggio che lo circonda, la rete di relazione e i luoghi in cui queste possono avvenire: una condizione  in cui la politica dovrebbe soddisfare i bisogni sia del singolo sia del gruppo è molto simile al pensiero di Langer sulla coesistenza di individui di etnie, lingue e culture diverse.

Leggendo non ricordo dove scoprì che una della accuse che qualcuno additò tra le cause del crollo della Ex Jugoslavia fu la rottura del modello socialista di Tito. Sicuramente quel modello aveva numerosi difetti, ma il fatto stesso che ci accingiamo ad una svolta molto forte per il futuro dell’Europa ci deve fare riflettere. Una grande sfida che la memoria di Langer, che potremmo forse dire sia uno degli ispiratori del PD, forse a sua insaputa, vista anche la recente citazione da parte di Renzi. Una sfida che deve ripartire dal modello originario di uguaglianza che lo Stato Sociale porta dentro di sé.  Un nuovo modello, rossoverde come mi piace pensare, che connoti l’Europa di domani, dove la condivisione, la cultura del paesaggio e del progetto caratterizzino una sinistra nuova, vera, pluarale e liberale.

Alexander Langer, un politico europeo

Alexander Langer, qui ben descritto, scoperto grazie ai libri di Guido Viale per me è stata una bellissima sorpresa. Non pensavo potesse esserci stato nella storia recente uno come lui. Uomo di confine, culturale, geografico e linguistico, ma soprattutto politico. Cattolico convertito, di famiglia borghese con padre ebreo e madre cattolica non praticante. Tedesco di lingua italiana. Di sinistra, ma avanti per quelli che erano i canoni del suo tempo. Già europeista, contro i localismi e il nazionalismo. Uno che voleva la pace tra italiani e tedeschi nonostante fosse sudtirolese di Vipiteno, uno che voleva fare il prete tanto aveva scoperto quanto fosse rivoluzionario il messaggio del cristianesimo, glielo impedirono ed entrò in lotta continua; fondo i Verdi e cercò a sinistra una posizione non marxista di dialogo coi cattolici sui temi dei beni comuni. Uno dei primi a combattere per salvare la foresta amazzonica. Uno di quelli che si schierò per la questione jugoslava contro la guerra interetnica, che  perse amicizie perché chiese l’intervento dell’Europa per porre fine al conflitto. Semplicemente un europeo che cercava di essere un ponte di dialogo.

Noi del e nel PD gli dobbiamo tanto anche se non lo sappiamo o ce ne dimentichiamo.

Anche Philippe Daverio interviene per salvare San Lazzaro

Vedo che anche una nota personalità, alle cui lezioni ho avuto la fortuna di assistitere ormai sei anni fa, porta su La Provincia di oggi la questione “salvare San Lazzaro”. Un tema che da quasi dieci anni vede avvicendarsi il lento disfacimento di uno degli edifici più antichi della città, il cui tetto ormai versa in condizioni più che precarie. Allora l’amministrazione comunale guidata dal centrodestra, con bilanci decisamente superiori a quelli della gestione attuale, fece un po’ orecchie da mercante riguardo il tema, nonostante i ripetuti appelli dell’allora minoranza di centrosinistra, e non trovò i soldi necessari per contribuire e accedere al finanziamento . Ora solo l’Europa può salvare la chiesa è più bisognosa si restauri della città. Il comune non ha un bilancio tale da potersi permettere un aiuto in questa situazione; inoltre la proprietà è privata, in cui è presente un contenzioso poiché c’è stata una vendita  e nel mentre l’area è stata vincolata. Un pastrocchio incredibile in cui lo scarso coraggio di chi amministrava ieri e la scarsa pecunia di oggi non aiuta certo a risolvere.  Chi ha vincolato l’edificio doveva forse essere più celere ed evitare il peggio, ma ormai la “fritatta è stata fatta” e bisogna mettere insieme quel che c’è.

Fa benissimo Philippe Daverio a parlare di questo argomento, tra l’altro oggetto di alcuni miei interventi in consiglio comunale, perché il patrimonio locale una volta perso, non lo si recupera con qualche invenzione estemporanea.

Salviamo San Lazzaro, ma ci aiuti l’Europa

 

 

 

Incentivi al lavoro

Lavoro per i giovani?

Questa è una ricetta interessante, anche se mi trova molto perplesso nel giudicarla se leggo cosa c’è scritto sulla versione cartacea. Ovvero che le aziende nonostante gli incentivi preferiscono non assumere o comunque affidarsi alle partite iva esterne. Quindi i toni trionfalistici dell’articolo web nei fatti sono smentiti da quelli un po’ più realistici della versione cartacea.  Tutta via è una idea che può funzionare, ricordiamoci che però diamio 5000 euro ad un’azienda che dopo averti assunto, può licenziarti comunque. Molti dimenticano che l’articolo 18 vale solo per una percentuale irrisoria di assunti e le aziende che lo applicano sono poche, perché sono poche quelle sopra i quindici dipendenti. Molte addirittura hanno incrementato il lavoro esternalizzato in questi anni per poter restare “piccole” solo sulla carta. Negli scorsi mesi governo, partiti e parti sociali ci hanno fatto un mazzo tanto sulla riforma del lavoro, che alla fine è riforma dei licenziamenti e nulla più. Alla fine la battaglia sull’articolo 18 si risolve in un nulla di fatto: mi farebbe piacere sentire le parole di coloro i quali si sono strappati le vesti su questa diatriba ideologica quando fra un anno ci si accorgerà che dentro queste iniziative keynesiane c’è sempre una scappatoia per i furbi di turno, perché è sempre bene ricordarlo, siamo in Italia, non in Germania o in Danimarca! Ricordo un paio di mesi fa una discussione televisiva tra Cofferati e Mario Adinolfi. Il primo sosteneva la linea vetero, un po’ assistenzialista più che keynesiana, che si presenta nei fatti come una macro risposta della tipologia indicata nell’articolo. Adinolfi giustamente sottolineava che i soldi non ci sono. Personalmente credo che il metodo assistenziale sia sbagliato come è inteso ora, ovvero una sorta di cassa integrazione per tenere vive aziende sull’orlo del baratro.  I finanziamenti, ma anche le normative, dovrebbero invece incentivare la differenziazione merceologica e produttiva. L’unico modo per uscire dalla crisi è sicuramente l’accesso al credito, ma anche la possibilità di dare questi soldi a chi vuole fare impresa, facendo cose che non ci sono, trasformando i precari con competenze in nuovi imprenditori? Sicuramente 5000 euro spesi così, possono fruttare molto di più che le donazioni a cinque-sei cifre fatte per aziende in crisi o addirittura fasulle.  Alla fine l’Italia del dopoguerra è rinata con la sua capacità progettuale, partendo da quel motto che cambiò tutto “Less is more”.

“L’EURO NON POTRA’ REGGERE SENZA UN’EUROPA FEDERALE CON ROMA E PARIGI AL CENTRO”

 

Dove va l’Europa? lo vediamo sul sito di Emma Bonino