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Occupy PD

Escono in  questi giorni nelle librerie i nuovi pensieri di Matteo Orfini e Stefano Fassina, che con Andrea Orlando compongono nella segreteria nazionale quelli che sono chiamati “giovani turchi”, ovvero per il PD la giovane ala sinistra (e qua ogni significato dell’aggettivo è valido).

Il problema è che questi giovani turchi (termine orrendo considerando cosa fecero quelli originali) sono comunque una emanazione dell’apparato del partito, quello che critichiamo sempre quando qualcosa non va.

Altro che occupy PD, visto che c’erano già. Senza analizzare il loro cursus honorum politico, non ci si riesce a spiegare perché queste cose non le dicevano ad alta voce già nel 2008 o prima (visto che c’erano già). Spero che la socialdemocrazia sia poi una scelta sincera e non di marketing propagandistico. Se si pensa che il rilancio del PD passi solo per la matrice socialdemocratica, mi chiedo allora perché lo si è fatto.

Non bastavano i DS per quello? Io spero che l’acuirsi delle differenze con Renzi non faccia implodere il partito. Sarebbe un danno enorme e porterebbe sì a derive neocentriste. Poi non è affatto vero quel che dice Fassina, ovvero che il PD abbia trovato nell’economia la sintesi tra le matrici comuniste e democristiane, perché la candidatura di Renzi col sostegno di ex popolari è la dimostrazione dell’esatto contrario. C’è evidentemente un disagio in quell’area del partito che non si riconosce, anche giustamente, in una soluzione esclusivamente di tipo  socialdemocratico, perché essa sarebbe limitante. Quello che occorre per governare il paese è cercare di fare sintesi tra le varie voci del coro, non esasperare le differenze. In particolare quelle tra ex DS e non. Da bersaniano aperto e indipendente quale io sono,  tanto che sono stato tra promotori della prossima fermata con Pippo Civati, non posso non notare le contraddizioni che stanno dietro a queste operazioni: il PD ha di fronte a sé non solo il compito storico di rilanciare la nazione a livello europeo, ma anche di provare a fare quasi 100 anni dopo quella rivoluzione (social)liberale che è mancata dopo il primo conflitto mondiale.