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Le città di domani e l’autosufficienza alimentare

L’autosufficienza alimentare è un problema che esiste da sempre per le città.

Che cosa impedisce ad un paese agricolo come il nostro di dare risposta al fabbisogno principale attraverso il settore primario? Un’analisi viene fatta quest’autunno qui. Gianni Gnudi diceva chiaramente:

Temo che per l’Italia l’autosufficienza alimentare non sia più possibile, almeno non per la maggior parte dei prodotti. Di conseguenza penso che l’obiettivo al momento sia un altro: mantenere quello che ancora c’è da un punto di vista agricolo. Ci sono infatti settori agricoli strategici che stiamo rischiando di perdere. Pensiamo a quello della frutta, già persa in diverse aree del Paese: la pesca romagnola, ad esempio, che adesso è, di fatto, spagnola“.

Eppure una nazione come la Russia ha deciso di cambiare rotta, puntando, forse senza riuscirci a questo obiettivo, poiché appunto una politica industriale seria parte proprio dall’agricoltura e dall’indotto annesso (tutta l’industria di trasformazione per esempio). Il passo è forse più lungo della gamba per Mevdev, ma di certo un segnale per un problema serio del XXI secolo, che corre parallelo all’esigenza di acqua per il sistema agricolo.

Può la città autosostenersi? Abbiamo gli esempi di Italia Nostra e quelli ampiamente rodati della Colombia che possono farci capire che la tendenza di una parte del mondo corre in questa direzione. Direzione presa anche da Todmorten, piccolo borgo dello Yorkshire, e iniziata a Newcastle ormai sette anni fa.

La città nell’immaginario collettivo futuro ha subito un radicale cambiamento. Dieci anni fa si parlava costantemente di verde verticale, che non si è praticamente mai realizzato, anzi a sostituirsi a questa idea così articiale è arrivata invece quella dell’agricoltura urbana. Sembra che il passaggio successivo infatti sia quello di uscire dalla dimensione della sussistenza portandosi invece a quello dell’organizzazione.

Un esempio storico che potrebbe farci vedere in modo diverso il futuro della grandi città-stato (perché le moderne megalopoli questo sono) è il sistema agricolo di Tenochtitlan, che poteva sostenersi in maniera autonoma grazie ad un ignegnoso sistema di zattere-orto, dette chinampa. Una grande città può essere autonoma e prospera se ha un sistema sostenibile per la sua alimentazione (e un rapporto diverso tra città e campagna).

Ovviamente la riflessione che emerge dalla crescente attenzione nella cultura non mainstream verso i fenomeni agricoli (dagli orti urbani al guerrilla gardening) mostra una contraddizione della società e un’esigenza presente in modo più o meno latente in questo scenario post industriale che attraversa l’inizio del XXI secolo. Possibile che in futuro si darà maggiore attenzione all’agricoltura anche laddove questa era stata snobbata o abbadonata?

In Giappone a Fukushima la  Fujitsu prevede un progetto di agricolutura idroponica all’interno di un suo stabilimento per uscire dalla grave crisi che ha toccato la regione, in un’ottica prettamente nipponica che è quella della zaibatsu e che forse in questo segmento può avere una sua ragion d’essere (difficilmente aziende minori avrebbero i capitali finanziari da investire anche solo in via sperimentale).

Possibile e forse auspicabile. Perché nello paesaggio deindustrializzato italiano un pensiero potrebbe passarci dalla mente: siamo stati per secoli senza industria. Può darsi che questo modello sia solo un passaggio nella storia. L’idea di un percorso linea e progressivo probabilmente appartiene ad una cultura che non è più la nostra (perché abbiamo visto che non è così) e nei fatti occorre trovare le soluzioni per una via alternativa a immaginare le città di domani.

Le Mezze Stagioni

Invito a leggervi questa recensione su questo fantastico gruppo che ho scoperto di recente.

Quando penso alla contemporaneità, alla consapevolezza del passato e alla malinconia del futuro, ecco, nulla è sintetizzato come nei loro testi e in una melodia che passa dai Kings of Convenience ai gruppi post-grunge radio friendly di metà anni ’90. Una versione new-global e molto  patchanka e  un po’ pachanga di quel che fu la gloriosa scuola dei cantautori genovesi.

“Se ripenso a te
a volte sai mi viene male
Italia mia
a Genova c’è un altro sole
non mi chiedere di spiegare
cosa provo quando devo ritornare”

Il prendere il largo per cercare un futuro migliore oltre il mare. Un destino comune a molti giovani di ieri e di oggi.

Italia, oggi. Industria, domani?

Oggi a Omnibus Emiliano Brancaccio ha analizzato in modo ponderato la situazione italiana.  Aggiungerei alla sua argomentazione i due problemi nodali dell’Italia in crisi: da un lato la scarsa produttività del sistema paese rispetto a Germania e Francia, dall’altro la questione salariale. Non si produce di più pagando di meno. Si produce di più e meglio facendo cose che si vendono e pagando il dovuto. Di certo non si esce da questa situazione facendo ricorso solo alle esportazione. I prodotti devono circolare qua, così come la ricchezza prodotta. L’eccedenza vada all’estero, ma specializzarsi esclusivamente su mercati stranieri impoverisce tutti gli altri.

Pensare di dare qualunque contributo pubblico alle aziende è eticamente sbagliato, perché vanno date opportunità, nuove opportunità. Nella buona fede di difendere il singolo posto di lavoro si è creata una voragine generazionale. Anziché sovvenzionare imprese che avrebbero comunque finito per uscire dal mercato, occorreva generare opportunità perché si creassero nuove imprese dove riposizionare chi perdeva i posti di lavoro nelle altre. Invece è andata in modo diverso: la cassa integrazione è durata un po’, per altri c’è stata la mobilità, ma alla fine l’azienda ha chiuso. Questo sì che è immorale e irresponsabile.

Le nostre azioni dovrebbero essere volte per fare la scelta migliore per noi e per il gruppo. Purtroppo non è stato così e la deindustrializzazione inesorabile come un ghiacciaio s’è fatta avanti. E quando un’azienda chiude non se ne apre facilmente un’altra. Su 100 di imprese chiuse, se ne sono aperte 70 nuove grazie agli stranieri. Questo è buono per il PIL, ma gli operai e gli impiegati italiani che lavoravano nelle imprese ora chiuse che fine hanno fatto?

Nessuno se lo domanda, tutto va a rotoli. E poi dicono che la crisi della banche, ma magari fosse solo quello! La crisi viene da lontano ed ha una origine etica, in particolare affoga nella irresponsabilità della mancanza di una politica industriale e di una capacità di rinnovarsi delle imprese.