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La puntualità dell’ovvio

Ogni tot mesi arriva puntuale un comunicato della CGIA di Mestre che viene a raccontarci che c’è un’Italia di professioni e mestieri ricercati e che nessuno vuol più fare, anche se ben pagati. Poi parli con amici che quei lavori li fanno davvero e scopri che la realtà è sempre la stessa: contratto part-time e però poi lavori 40 ore la settimana, straordinari non pagati, orari spezzati con pause in orari improbabili, ricattabilità e mobbing quotidiano.

Panettieri pagati come oro, parrucchieri introvabili e via a scedere con gli ingegneri e i programmatori informatici o i grafici.

E’ di qualche settimana fa a notiza che Repubblica aveva offerto 500 euro al mese per l’impaginazione del giornale: ora se uno dei principali quotidiani nazionale fa questo tipo di offerta, che viene rifiutata, probabilmente il motivo per cui anche gli altri lavori non vengono trovati è molto semplice: il prezzo.

Non è pensabile che una persona oggi in Italia accetti un lavoro che pur nelle mille difficoltà non gli permetta la sussistenza. Mi pare chiaro quindi che qualcosa nella trattazione dei dati da parte della CGIA di Mestre non funzioni e invece sarebbe utile e opportuno per tutti avere le giuste informazioni per capire che cosa non va e chi sta cercando di fare il furbo alle spese degli altri.

Una riforma per i giovani: oltre la precarizzazione

Integrazione alla carta di intenti

Riforma contrattuale, partita iva, stage, scuola e formazione

di Guido Rovi – cons. comunale Como

 

Il tema del lavoro in particolare quando si parla dei problemi legati alla precarizzazione giovanile viene spesso evidenziato limitandosi a stereotipi.

Di fatto la situazione è talmente grave e compromessa che l’abolizione della Legge fatta da Biagi non porterebbe alcun cambiamento. Tuttavia questo non significa che non sia giusto sostituirla con una legge migliore. Al momento l’unico progetto valido sulla carta è quello di Tito Boeri, anche se va analizzato e confrontato coi temi reali per risultare efficace e applicabile.

Le forme di precarizzazione sono fondamentalmente dovute ad un uso illegittimo dei contratti.

Gli enti regionali di formazione, perlomeno in Lombardia, applicano per gli insegnanti le  tariffe statali di riferimento con contratti a progetto. Tuttavia con l’aggravarsi della crisi al contratto a progetto si è  sostituita con la collaborazione a partita iva, portando di fatto lo stipendio netto che c’era col contratto a una forma di lordo in particolare negli istituti paritari e parificati dove gli insegnanti sono pagati poco più degli inservienti che fanno le pulizie. E questa è una prassi generalizzata, salvo rari casi, dove i problemi si evidenziano sul clima di lavoro più che sul salario.

Nel mondo dell’impresa dove si abusa di stage, con la speranza anche da parte degli enti promotori di creare una qualche forma di stabilizzazione. Questa era difficile in tempi meno sospetti, oggi è quasi impossibile anche e nonostante la presenza di incentivi come la Dote Formazione promossa da Regione Lombardia. Dote che non viene applicata solo per tirocini presso aziende, ma anche per liberi professionisti. Questo genera casi di vero e proprio sfruttamento legalizzato con “regali” di diverse migliaia di euro a avvocati, dentisti o architetti che assumono (anche  a tempo determinato) dipendenti che il buon senso vorrebbe fossero già assunti in quel modo.

Si è spesso parlato di false partite iva e questo discorso è stato affrontato in modo chiaro dal PD a livello nazionale: tuttavia mancano all’appello gli altri casi, ovvero le partite iva che vogliono essere vere, cioè dei liberi professionisti o perlomeno lavoratori autonomi, che si trovano spesso ancorati ad un’impresa, il principale committente, che li tratta de facto come dipendenti, senza garantirgli alcuna tutela e negandogli la libertà professionale che la scelta intrapresa prevederebbe.

Questo riguarda particolarmente tutte le professioni tecnico-creative, diplomati e laureati (periti, geometri, ingegneri, architetti e designer).

Ad aggiungersi ai problemi suddetti, c’è una forma di sfruttamento del tutto iniqua, che va sanata.

Mi riferisco al pagamento in base alla vendita.  Quella che era una prassi, logica, legata ai venditori, si è espansa anche ad altri settori, appesantendo una situazione già non brillante. Occorre un esempio in senso lato per spiegare i casi specifici: l’impresa committente ordina delle commesse, le seleziona, ma le paga solo dopo che queste sono state oggettivamente vendute sul mercato.

Questo procedimento per esempio nell’indotto creativo del tessile comasco crea una perdita di lavoro e uno spreco di tempo senza precedenti, poiché oltre al dilazionamento dei pagamenti, si ha una richiesta di lavoro pressante in una sola direzione e si sa già in partenza che buona parte dei disegni per tessuto non andrà in produzione e buona parte non sarà venduta.

Altro grosso problema della precarietà è legato agli stage, di cui non si parla mai abbastanza.

Solitamente l’impresa che prende lo stagista in prova cerca una persona già formata a cui non dà competenze nuove, poiché il processo durerà sei mesi e lo stagista verrà sostituito da un altro nel corso dell’anno. Gli stage quindi non portano inserimento lavorativo, non arrecano formazione ( a meno di trovarsi in lavori puramente operativi)e soprattutto non sono mai controllati.

Questo tema lo sollevai già nell’Assemblea Regionale lombarda sul lavoro del 2011: nessuno controlla come e quanto vengono formati gli stagisti. La modulistica in mano agli enti formatori nella migliore delle ipotesi nel caso di sfruttamento, porta alla cessione immediata del tirocinio, senza nessuna ammenda da parte dell’azienda che si è comportata scorrettamente. Per questo ritengo che gli enti formatori non possano essere limitati a  scuole o le università. Il resto purtroppo è fuori controllo e senza un percorso di studi integrato, il rischio di avere zone grigie è infinito.

Accreditare altri a questo scopo ha creato nel tempo una situazione pericolosissima. Di fatto buona parte dell’abbattimento dei costi nel settore alberghiero e della ristorazione viene fatto con gli stage scolastici, quindi occorre più che mai correre ai ripari; gli studenti formati una volta fatto lo stage non riusciranno mai a trovare lavoro nelle strutture dove hanno fatto esperienza, poiché ci sarà sempre uno stagista a sostituirli. Questo causa inevitabilmente un circolo vizioso da cui si può uscire solo con una riforma di sistema che non preveda vie per scavalcare le norme.

A lato di tutto questo non si può non considerare una seria riforma della scuola, in particolare riguardo le materie d’insegnamento e la reale formazione da parte di chi dovrebbe poterle insegnare. Il venire meno della SSISS ha creato una confusione tale che nemmeno gli addetti ai lavori possono quantificare, perché nessuna ha davvero il polso della situazione. Occorre agire in altro modo prima di approvare soluzioni per la formazione post universitaria. Sembra pazzesco, ma ad oggi non tutti quelli che hanno sostenuto un certo esame o una serie di esami su quel dato argomento, possono poi insegnarlo, poiché le classi di concorso ragionano secondo criteri che non guardano alla formazione pregressa dei singoli corsi di studio.

Esempi concreti dove si mostra l’assurdità della situazione attuale dopo il riordino della classi: un laureato in ingegneria matematica non può insegnare matematica nella scuola superiore, cosa invece che può fare un laureato in ingegneria edile oppure un laureato in architettura che ha come opzionali gli esami di storia dell’arte e solitamente fa solo storia dell’architettura, può insegnare disegno e storia dell’arte (classe a025) nella scuola superiore, mentre un laureato in disegno industriale dove storia dell’arte è materia obbligatoria, si vede negata questa possibilità.

Occorre quindi a livello di riforma, prima di pensare a quella dei cicli, dare la possibilità di insegnare la data materia a chi può attestare di averla sostenuta durante l’iter universitario, criterio tra l’altro logico un tempo applicato, ma che viene ignorato dal Miur. Prima di procedere con l’erogazione dei TFA per l’abilitazione all’insegnamento, è fondamentale non scoprire l’uovo di Colombo, ma dare ragionevolezza al percorso. Chi ha dato esami di una data materia senza considerare i crediti, che cambiano da ateneo ad ateneo, da facoltà a facoltà, deve poter insegnare quella materia, chi non lo ha fatto, non può farlo. Perché oggi non è sempre così e la formazione della docenza ne è inficiata.

Il tutto senza considerare l’azione illegittima del Miur che ha bandito un concorso ordinario negandolo di fatto a tutti coloro che sono in possesso di lauree del nuovo ordinamento.

Al fine di avere una migliore soluzione al tema del precariato, che ormai non è più solo giovanile, occorre avere una visione d’insieme tenendo ben presenti le problematiche esplicitate, poiché una riforma che risolve queste contraddizioni è l’unica che potrà non solo essere realmente efficace, ma è davvero l’unica soluzione per invertire la rotta di una nave che sembra aver ormai perso la bussola.

Questione salariale

I saltimbanchi: in bilico tra precarietà e incertezza

Come non condividere?

Incentivi al lavoro

Lavoro per i giovani?

Questa è una ricetta interessante, anche se mi trova molto perplesso nel giudicarla se leggo cosa c’è scritto sulla versione cartacea. Ovvero che le aziende nonostante gli incentivi preferiscono non assumere o comunque affidarsi alle partite iva esterne. Quindi i toni trionfalistici dell’articolo web nei fatti sono smentiti da quelli un po’ più realistici della versione cartacea.  Tutta via è una idea che può funzionare, ricordiamoci che però diamio 5000 euro ad un’azienda che dopo averti assunto, può licenziarti comunque. Molti dimenticano che l’articolo 18 vale solo per una percentuale irrisoria di assunti e le aziende che lo applicano sono poche, perché sono poche quelle sopra i quindici dipendenti. Molte addirittura hanno incrementato il lavoro esternalizzato in questi anni per poter restare “piccole” solo sulla carta. Negli scorsi mesi governo, partiti e parti sociali ci hanno fatto un mazzo tanto sulla riforma del lavoro, che alla fine è riforma dei licenziamenti e nulla più. Alla fine la battaglia sull’articolo 18 si risolve in un nulla di fatto: mi farebbe piacere sentire le parole di coloro i quali si sono strappati le vesti su questa diatriba ideologica quando fra un anno ci si accorgerà che dentro queste iniziative keynesiane c’è sempre una scappatoia per i furbi di turno, perché è sempre bene ricordarlo, siamo in Italia, non in Germania o in Danimarca! Ricordo un paio di mesi fa una discussione televisiva tra Cofferati e Mario Adinolfi. Il primo sosteneva la linea vetero, un po’ assistenzialista più che keynesiana, che si presenta nei fatti come una macro risposta della tipologia indicata nell’articolo. Adinolfi giustamente sottolineava che i soldi non ci sono. Personalmente credo che il metodo assistenziale sia sbagliato come è inteso ora, ovvero una sorta di cassa integrazione per tenere vive aziende sull’orlo del baratro.  I finanziamenti, ma anche le normative, dovrebbero invece incentivare la differenziazione merceologica e produttiva. L’unico modo per uscire dalla crisi è sicuramente l’accesso al credito, ma anche la possibilità di dare questi soldi a chi vuole fare impresa, facendo cose che non ci sono, trasformando i precari con competenze in nuovi imprenditori? Sicuramente 5000 euro spesi così, possono fruttare molto di più che le donazioni a cinque-sei cifre fatte per aziende in crisi o addirittura fasulle.  Alla fine l’Italia del dopoguerra è rinata con la sua capacità progettuale, partendo da quel motto che cambiò tutto “Less is more”.

Occorre invertire la rotta

Purtroppo l’aria di crisi tocca la cintura comasca a nord e a sud con il fallimento delle Grafiche Dotti e aggiunge una prospettiva non di certo rosea allo scenario già drammatico: la realtà imprenditoriale che ancora insisteva (e resisteva) nella zona limitrofa alla convalle si sta man mano riducendo. E’ un duro colpo per le famiglie e per il futuro. Qualche mese fa mi era capitato già di vedere striscioni fuori dalla sede di Casnate, ma non pensavo la situazione fosse  già così grave.

E’ evidente che il ciclo economico iniziato con la chiusura della Ticosa sta volgendo al termine e bisogna invertire la tendenza. Occorre generare lavoro, attirare investitori e produrre indotto. E’ facile a dirsi certo, ma il tempo ormai è scaduto. Tocca alla prossima giunta, che io credo proprio sarà quella guidata da Mario Lucini, affrontare questa eredità problematica e trovare delle soluzioni, come quelle che proposte nel programma del centrosinistra.

Riforma del lavoro?

Riforma del lavoro?

Come sottolinea Tito Boeri nei suoi commenti, il grande assente è un percorso di stabilità che sia premiante per i migliori e i meritevoli in un’ottica di dinamismo virtuoso e di protezione sociale graduale.