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Le piazza italiane non sono solo quelle di De Chirico

Il ruolo della piazza non è un’astrazione, un’elaborazione metafisica.

Le grandi piazze vuote, gli spazi progettati moderni, per esempio quelli di Brasilia, sono quanto di più lontano ci sia dall’umanità che i luoghi storici dovrebbero avere. L’estrapolazione concettuale di uno spazio pittorico è infatti un concetto diametralmente diverso allo sviluppo che invece gli spazi umani hanno avuto nel secolo scorso.

Pensiamo solo alle città ricche di portici e alla vita che brulica sotto di esse, da Torino a Bologna, uno spazio che è il naturale prosequo delle botteghe, vetrina sul mondo della piazza, una sorta di sfondamento della quarta parete che divide il mondo del mercante da quello dell’acquirente.

Eppure i portici moderni non sono così vivi e vissuti, pensiamo a quelli che a Milano collegano Piazza Repubblica alla stazione Centrale. Soffitti alti, negozi soppalcati, spazi fuori scala. Spazi coperti, ma alla fine grandi vie di scorrimento pedonale, scorrimento veloce. Molto diverso dal clima che si respira a Genova. Perché quindi la riprogettazione dello spazio della città durante il XX secolo non riesce a contenere quell’umanità e quel calore che avevano i centri storici fino all’inizio del novecento?

La domanda ha una risposta semplice e forse banale: la ricerca estetizzante del funzionalismo.

Nel primo dopoguerra si fece largo un’idea d’avanguardia sugli spazi architettonici, un’idea urbanistica presente  in modo embrionale e latente sia nel movimento della Metafisica sia nel Bauhaus, ma che negli anni successivi prenderà pienamente corpo con Le Corbusier e Niemyer divenendo poi architrave del modernismo e del pensiero del novecento.

E’ vero che nelle piazze metafisiche c’è fraintendimento tra l’uomo e il monumento, poiché la scultura che resta isolata in questi spazi riflessivi è una metafora della condizione umana nel secolo breve (e non sono in quello), un passaggio ulteriore rispetto alle riflessioni estetiche di Kirchner sulle folle negli spazi pubblici.

In tutto questo però dimentichiamo che le piazze giocano un ruolo fondamentale e che nel contesto contemporaneo possono avere ruoli diversi. Pensiamo a piazza Camerlata a Como con la sua Fontana di Cattaneo oppure a piazza Cadorna a Milano con la scultura-fontana di Gae Aulenti.

Questi spazi progettati sono divenuti per forza di cosa luoghi in cui è il traffico a fare da padrone, spazi in cui è la circolazione a dettare le regole e l’estetica abbellisce quello che può in punti nevralgici della città.

Ma ci sono piazze con fontane diverse, ricordiamo piazza De Ferrari a Genova o largo Cairoli a Milano con la parte davanti all’ingresso del Castello Sforzesco.

Un’altra idea di piazza è quella con il monumento al centro, l’idea classica potremmo dire. A Milano piazza del Duomo con monumento equestre di Ercole Rosa o piazza Cinque Giornate col monumento di Giuseppe Grandi, oppure pensiamo a Roma coi suoi obelischi o le sue fontane (piazza Navona). Luoghi in cui la vita ruota attorno ad un monumento che di quella piazza ne è il simbolo. Vita commerciale, amicizie, il mondo della chiacchiera. Tutto si fa a piedi.

Tutto si fa attorno ad un simbolo.

E non è un caso che l’Italia risorgimentale abbia riempito le piazze di questi simboli, perché attorno a questi la nazione riunita poteva riconoscersi, fossero i sovrani, Mazzini o Garibaldi.

Poi ci sono le piazze con gli alberi, ma non in mezzo, ma attorno, a Massa, Carrara, Chiavari e Sestri Levante, antiche e moderne.

Poi ci sono le piazze vuote, quelle d’ispirazione metafisica. Pensiamo non solo a quelle di De Chirico, come la piazza di Ferrara o di Vigevano. Piazza grandi e vuote. Piazze attorno cui però sorgono portici con le loro botteghe.

Non tutte le piazze restano vuote: a Bologna determinate piazze sono destinate alla sosta dei taxi o ad Alessandria dove piazza Garibaldi resta un posteggio.

Molti comaschi ricorderanno invece quello strano lastricato al centro di piazza San Fedele, dove al sabato si radunano le bancarelle, memoria dell’antico mercato del grano. E che dire invece degli spazi non risolti, o forse mal risolti, di piazza Cavour, orfana di una fontana ormai persa, e piazza Roma? Forse la natura di antichi porti, rispettamente porto commerciale e porto militare del governatore, li rende per conformazione stessa dei contenitori: prima di barche oggi di auto. Certo piazza Cavour non è più un posteggio, ma eliminandone questa funzione, eliminando il monumento centrale attorno a cui ruota la vita, è difficile capire a che cosa servano. Di fatto una grande piazza vuota di ispirazione metafisica, non può funzionare.

Le moderne piazza, seppur contornate da portici, rischiano di finire come piazzetta Pascarella a Quarto Oggiaro, set del degrado, perché non ci sono simboli di aggregazione attorno cui la comunità si può riconoscere. Le grandi e piccole piazze dei centri storici, quelle davanti alle cattedrali, ma anche quelle civili, come piazza Verdi a Bologna, hanno un loro senso anche vuoti, perché sono “sagrati” . Una piazza quindi può essere spazio di aggregazione se c’è una motivazione per passarci in mezzo o per passarci intorno. Un monumento o dei portici sono condizioni necessarie perché la vita commerciale e sociale si riprenda spazi che sono tutto il contrario dei non luoghi post-moderni. Non c’è ibridazione che tenga, anche se la ormai più che adulta Piazza Italia di C.Moore a New Orleans, pur essendo una provocazione, rispetta i canoni che abbiamo visto un po’ dappertutto nella penisola, sia nelle piazze di epoca comunale sia in quelle di epoca barocca.

In sostanza potremmo dire ogni piazza che funziona è un archetipo,  un posto da frequentare se c’è un qualcosa in cui riconoscersi e attorno cui poter sostare.