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Distinguere il fondamentale dal relativo: l’eredità di Dossetti

Ve lo ricordate l’uomo che verrà di Giorgio Diritti?  Strane coincidenze capitano leggendo qua e là quello che tocca in sorte a certi luoghi nella storia.                     Nel cimitero di Montesole dopo cinquant’anni dalla strage dei nazifascisti, Giuseppe Dossetti decise di farsi seppellire, lassù nei monti di Marzabotto, dove ne si era perpetrata quell’infamia, dove anche venne ucciso oltre alle decine di civili, anche il parroco, don Ubaldo Marchioni, di cui lo stesso Dossetti conservava la pisside con incastrata una pallottola.

Scoprire che anche nella morte, nella scelta del luogo della propria sepoltura si possa dare un segnale politico forte, fa pensare che uomo fosse quel sacerdote così attento ai temi sociali. Un uomo capace di immaginare una politica diversa, anche nella forma stessa dello Stato, con una Costituzione che raccontava il paese che sarebbe venuto, in modo diverso. Un uomo capace di distinguere cosa è fondamentale da cosa è relativo.

Come associare più compiutamente gli individui alla vita dello Stato?

A questa domanda di Dossetti la risposta sono i partiti. Ma non bastano Stato, partiti e invidui per avere una visione soddisfacente, occorre anche analizzare la società nel suo insieme, in particolare nelle istanze di spontaneismo che sono alla base delle mobilitazioni della società stessa e anima della politica. La volontà di rendere consapevole la partecipazione è valida ancora oggi ed è forse il problema cardine per cui la politica arranca: chi è consapevole trova poco spazio laddove il dibattito è spesso assente. Ed è da questa capacità di discussione, di sapersi mettere in discussione, accettare il voto democratico e continuare a fare politica, che si deve ricominciare a farla, la politica.

E’ ammirevole la lungimiranza soprattutto di queste parole verso la società, se pensiamo che vengono da un sacerdote. Un sacerdote però capace di immaginare una società come una chiesa diversa da quella che si era vista dalla rivoluzione francese in poi e che era necessario si adeguasse ai tempi.

Se non eravamo in grado di diventare dei bravi cristiani, almeno fossimo stati dei bravi cittadini.

Parole che fanno capire come fosse  intrinseca nella sua vita, e forse al suo essere emiliano aggiungo io, l’idea stessa che c’erano sempre più vie da scegliere e come la sua formazione religiosa gli aveva insegnato, che quella più semplice probabilmente non era quella giusta. E la politica di oggi dovrebbe ricordarsi anche di questo. Immaginare il futuro senza dimenticare il passato.

L’arrivo del digitale terrestre ha forse influito sull’offerta politica?

Qualcuno si ricorderà della questione di rete4, con le barzellette di Emilio Fede sul Satellite, lo scippo delle frequenze di Europa7 e il contenzioso decennale che si perpetrava. Poi arrivò la rivoluzione digitale, che poi non era nulla di che, se non altro perché cambiava solo che attaccavi una scatoletta alla tv o compravi proprio una nuova tv. I maligni pensarono che fu un’idea per fare soldi, dato che la società che distribuiva i decoder era del fratello, Paolo, sì quello che stava con la Estrada e faceva qualche cavolata che il fratello maggiore poi riparava.

Poi è successo che c’è stata davvero la svolta. Improvvisamente la scelta non è più stata tra le 7 tv generaliste e Mtv.  Si è aperto un mondo quando la gente ha iniziato a scoprire che esisteva anche altro oltre a Canale 5. C’erano tanti canali rai, tante tv private specializzate in cose diversissime, nuove, innovative. E guarda caso la tv non è più stata quella di prima, quella dove l’unica scelta era mediaset. Stranamente quando questa curiosità diventò abitudine, iniziò il tonfo inesorabile del cavaliere brianzolo.

Se dai agli altri la possibilità di scegliere cosa vedere, non ti diranno grazie, ma guarderanno altro.

Questo è stato il grosso errore dei berlusconiani che pensavano di poter accattivarsi l’appetito e la passione degli italiani con la diffusione intensiva del digitale terrestre: tante idee piccole, diverse, targettizzate, hanno improvvisamente reso l’immagine dei programmi mediaset come obsolete, delle certezze su cui contare. Non a caso non c’è nessun nuovo programma da anni. Non a caso le neonate tv o puntano sulle repliche o sul pacchetto tutto compreso- tutto comprato da altri, con le serie tv straniere. Berlusconi non era più il detentore della televisione, non era più l’unico grande dispensatore, smetteva definitivamente di monopolizzare il tempo libero degli italiani che potevano finalmente scegliere di vedere qualcosa di diverso. Potevano pensare diversamente da quello che gli veniva offerto sempre uguale da anni. E fu allora che Silvio crollò nelle intenzioni di voto. Nessuno ha analizzato questa cosa, ma l’appeal di Grillo o Monti sarebbe mai stato tale con le condizioni televisive di 6-7 anni fa?  Gli italiani avrebbero potuto accettare di uscire dall’idea di un duopolio? Ovviamente no. La fine del bipolarismo come l’abbiamo conosciuto inizia proprio con la fine del duopolio rai-mediaset nella scelta televisiva. Sembrerà una sciocchezza a molti, ma la tv occupa la maggiorparte del tempo libero (quindi il tempo della felicità) dell’italiano medio. Chi può influire su questo tempo, può vincere le elezioni.

 

Guida alla primarie e alle elezioni politiche

upgrade ispirato alla mappa vista sul blog http://andiamoaberlino.wordpress.com/

Rinnovamento della politica

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