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Civiltà del riuso, prove tecniche

Ne parlano qua: questa è un’interessante idea di Stefano Boeri e Celentano, un’idea d’Avanguardia potremmo dire, perché il borgo dell’aggiustatutto è alla fine l’orizzonte prossimo di chi tende ai rifiuti zero: ciò che non si ricicla si aggiusta o si riutilizza. Come dice spesso Marco Boschini, queste sono pratiche che rendono i comuni virtuosi.

Mi fa molto piacere leggere che l’esempio partito ormai anni fa con l‘Occhio del riciclone a Roma e citato qua da Guido Viale, abbia trovato altre nuove pratiche applicative.

La questione est-etica

Dove e quando nascono le miserie della politica italiana? O forse sarebbe meglio dire della società italiana.


Diceva bene qualche mese fa Stefano Boeri a riguardo in un incontro sul tema della bellezza. Esiste un centro storico intorno a cui si sono sviluppate villette a schiera, capannoni, cinema multisala, centri commerciali. E questo vale per ogni paese, città, cittadina. Quasi dappertutto. Quello che colpirebbe una persona che vede le nostre zone a distanza di quaranta anni è proprio la trasformazione radicale del paesaggio. Panorama che non solo fuori di noi, ma anche dentro di noi. Degradato, inquinato e grigio. Dove anche il verde sembra innaturale e consunto. Il consumo di suolo e la cementificazione hanno implicazione antopologiche. Il vuoto è spesso meglio del pieno, ma non se lascia intravedere altro pieno. Perché il disvelamento delle architetture moderne, ispirate mirabilmente alla sezione aurea, non restano che orrendi parallelepidi, moderni massi erratici scagliati per la Brianza e un po’ dappertutto in Lombardia, come nel resto d’Italia purtroppo.  Negli anni ’20 del secolo scorso si diceva “l’arte per tutti”, il bello come imperativo categorico da distribuire alle masse. Ecco questo forse è avvenuto nel manifatturiero, dove spesso c’è intelligenza nella produzione, ma non si è affatto perpetrato nell’edilizia, forse perché la smania di costruire in fretta occupando tutto lo spazio, non ha bisogno poi di pensiero e riflessione, bastano occupare tutte e tre le dimensioni e tirare diritto.

Ovviamente è una questione di civiltà. E l’Italia ha perso. Ha perso, perché il minimo comun denomitare è stato quello di applicare in modo concentrico un modello sbagliato ad ogni centro abitato, che via via si è unito poi a quello vicino, andando a costituire il moderno paesaggio lombardo, anonimo, periferico, sempre uguale e demoralizzante.

Di certo c’è una questione morale e delle responsabilità dietro a questo processo: chi ha voluto che il paesaggio da agricolo si trasformasse in questa direzione sapeva bene cosa stava facendo. Ma non solo, c’è una questione estetica, anzi est-etica come direbbe Gillo Dorfles. Già poiché nella bellezza intrinsecamente c’è anche l’etica. Una cosa bella non può essere fatta senza etica, perché la bellezza stessa che essa sprigiona è la dimostrazione che essa invece è permeata di etica, cultura e capacità.

Quello che costella la moderna periferia è forse la capacità del saper fare, magari in fretta, magari male, ma di certo non ha nulla a che vedere con la bellezza. E si guardi bene che non è affatto una questione ideologica, tutt’altro.

Se io vedo qualcosa di brutto, divento di riflesso io stesso meno positivo e forse pure negativo. Non è un caso che gli esperimenti sociali di abbellimento estetico delle periferie hanno creato attraverso i colori una riduzione della criminalità giovanile e un miglioramento della qualità della vita. In termini di benessere condiviso laddove la bellezza visiva è distribuita nel contesto in cui uno vive, vive meglio, nonostante tutto.

La città è sempre più simile alla periferia di Sironi, solo che con le fabbriche chiuse e dismesse e senza prospettive. Un agonia e una malinconia che restano anche facendo tabula rasa. E dove sono rimaste c’è un profumo quasi sacrale. Ricordo solo gli immensi quadri di Alessandro Papetti che raccontano la forza viscerale delle officine Ile Seguin. Spente ma solenni nel loro monumentale abbandono.

Non sto parlando solo di funzionalismo, che ci deve essere per carità, ma la riduzione alla stato minimo della forma, spesso e volentieri ha provocato il deterioramento dei quartieri così come delle relazioni sociali che in esso erano presenti. Ovviamente in un’ottica progressista gli esempi migliori in questo frangente si vedono dove estetica e socialità si incontrano. Perchè se è vero che il bello fa bene, esso deve anche essere fruibile, distribuibile e non relegato per forza alla musealizzazione.

Anni di politica un po’ sorda, un po’ furba e spesso spudorata ci hanno regalato un ampliamento spropositato della dimensione privata, che partendo proprio dall’abitazione ha esasperato l’individualismo cullato in queste celle autorefernziali, collegate al mondo dal rapporto casa-lavoro-televisione.

Oggi questo stereotipo viene meno con l’avvento dei social-media, che però chiedono qualcosa di molto meno virtuale. Orizzontalità e luoghi di incontro. Che nel mondo reale sono scomparsi. La bocciofila, la casa del popolo, il circolo degli anziani o il centro sociale del paese sono spazi sempre più rari. In questa situazione le dinamiche di gruppo venono castrate e si generano forti contrasti nelle comunità, poiché non sono più abituate a gestire il confronto e i conflitti. Stranamente le occasioni, le uniche di vero confronto, che i gruppi hanno nella nostra contemporaneità una volta finita la scuola, sono le assemblee di condominio. Ecco questo ci dimostra che qualcosa non va. Ci dimostra dove si è rotto il disco della rappresentanza. Non è questione di tempo, non lo è mai. Piuttosto è una questione di spazi. Belli, possibili, fruibili dove ci si possa relazionare e conoscere l’altro, oltre gli stereotipi e il sentito dire.