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L’America dimenticata, un libro di Lucio Russo

L’America dimenticata, edito da Mondadori Università, potrebbe sembrare dal titolo qualcosa che si può collegare al filone sensazionalistico, una parte della letteratura commerciale che è solita sfornare quando scarseggiano le idee.

Invece si tratta del testo tra i più innovativi letti di recente per quanto riguarda l’analisi della cultura occidentale e di come essa si sia sviluppata negli ultimi duemila anni.

Il fulcro della digressione di Lucio Russo, l’autore, verte sulle catastrofiche conseguenze della caduta di Cartagine dopo il 145 a.C. che vede venire meno il patrimonio ellenistico per quanto riguarda l’aspetto scientifico, che non verrà compreso dai conquistatori romani e dunque dimenticato nei meandri della storia.

Un’interessante analisi su quanto potesse essere elevata la cultura ellenistica nella sponda meridionale del Mediterraneo passando da Cartagine, a Cirene ad Alessandria, ci mostra una dimensione spesso sottovalutata del pensiero antico, che non era affatto approssimativo come spesso si tende a credere, ma anzi aveva in un certo qual modo trovato una strada che verrà poi ritrovata solo secoli dopo da Galileo e da Cartesio.

Il testo si dilunga in modo coinvolgente nel tratteggiare molto le conoscenze cartografiche antiche dovute all’utilizzo di rotte commerciali non battute dai romani lungo l’atlantico.

Incredibile è la velata tesi dell’autore: di fatto la perdita di nozioni non avviene con la fine dell’impero romano, ma con il suo inizio. Nel testo infatti emerge una scientificità fino a ieri poco accreditata negli antichi, greci e popolazioni ellenizzate, ma che invece mostra, dati alla mano, quanto i calcoli e la conoscenza del globo fossero avanzate in epoca ellenistica.

Di fatto l’invasione romana delle coste meridionali del Mediterraneo fece venire meno tutto quello che la cultura ellenistica aveva diffuso nel campo della cartografia attraverso l’uso della matematica: i romani infatti temendo di navigare nelle acque dell’Atlantico sottovalutarono o dispersero importanti documenti riguardanti ciò, che tuttavia rimasero patrimonio di pochi nelle terre all’estremo occidente dell’impero; proprio quelle terre da cui Colombo salperà secoli dopo e da cui probabilmente salparono i prime “occidentali”, che furono probabilmente Fenici o Cartaginesi di Tartesso. Il risultato fu che perdendo le nozioni cartografiche, si restrinsero forzatamente le dimensioni del globo, poiché si confusero le “Isole Fortunate” con le Isole Canarie, poiché entrambe stavano al di là delle Colonne d’Ercole.Russo mostra infatti come “l’errore di Tolomeo”  dovuto a questa mancata informazione restrinse il mondo, ovvero quella che era considerata l’ecumene.Le Isole Fortunate, come dimostra in modo esaustivo Russo, sono con molta probabilità le piccole Antille, scoperte probabilmente dai Fenici o da discendenti punici. Infatti è dimostrato da mosaici pavimentali e sculture che in epoca ellenistica anche i romani fecero commercio di ananas, frutto esotico proveniente da isole lontane, ma al di là dell’Atlantico.Inoltre è molto interessante notare che gli europei nel XVI secolo trovarono nelle isole caraibiche e nella America centrale delle galline, in particolare una varietà di origine asiatica ormai reinselvatichita: “chi le aveva portate al di là dell’oceano?”

Si domanda Lucio Russo. E la risposta viene data forse dall’analisi genetica.Le popolazioni precolombiane native non hanno tracce genetiche in comune con altre etnie, se non una piccola parte presente nello Yucatan, che hanno stranamente punti in comune con popolazioni mediterranee. Russo fa notare che le prove in questioni sono molto tirate per i capelli, ma se si analizza il mito fondativo del Popol Vuh che parla appunto della migrazione del popolo K’iche’ e del rapporto con strane popolazioni “barbute” provenienti da oriente, al di là del mare.

Considerando che le popolazioni native sono sostanzialmente glabre, la reminiscenza nel mito di contatti con popolazioni irsute provenienti da oriente, considerando quanto abbiamo detto fino ad ora, pare possibile. E’ interessante anche una digressione che nella conclusione del testo Russo fa in merito al gioco della palla, presente nella mesoamerica con palle di gomma, e alla loro presenza nell’area mediterranea con palle di pezza.  Se la Nausica dell’isola dei Feaci fosse il frutto letterario di quelle che erano antichi ricordi dei primi pionieri che si erano spinti nelle isole oltre le colonne d’Ercole; del resto Strabone, nella sua Geografia,  colloca l’isola di Scheria proprio nel mezzo dell’Oceano Atlantico, al pari di Ogigia, l’isola della ninfa Calipso, anch’essa descritta come isola paradisiaca (tropica?). Infatti se si pensa che le narrazioni tradizionali evidenziano i Feaci come un popolo che vive in un locus amoenus, in condizioni di felicità e prosperità, caratteri che rimarcano per contrapposizione le dure condizioni di vita a cui sono sottoposti i Greci, non c’è da meravigliarsi se quest’isola fosse la riproposizione letteraria di un luogo esotico caraibico, frutto dei racconti di coloro avevano attraversato l’oceano Atlantico.

« Il re d’Egitto Neco (…) inviò dei Fenici su delle navi con l’incarico di attraversare le Colonne d’Eracle sulla via del ritorno, fino a giungere nel mare settentrionale e così in Egitto. I Fenici, pertanto, partiti dal Mare Eritreo, navigavano nel mare meridionale; (…) cosicché al terzo anno dopo due trascorsi in viaggio doppiarono le Colonne d’Eracle e giunsero in Egitto »

(Erodoto, Storie – Libro quarto).

Se i Fenici avevano navigato per l’Oceano Indiano, doppiato da est il Capo di Buona Speranza, risalendo poi per l’Atlantico, è chiaro che avrebbero potuto benissimo dirigersi al di là delle Azzorre ben prima che lo facesse Colombo.

E Colombro risalì all’idea di raggiungere l’oriente passando l’Atlantico recuperando antichi testi ellenistici provenienti da Costantinopoli e fino ad allora considerati letteratura sui generis.Russo fa riferimento inoltre anche all’isola di Thule, presente nella Geografia di Claudio Tolomeo e della quale si forniscono le coordinate (latitudine e longitudine) delle estremità settentrionale, meridionale, occidentale e orientale: seguendo le coordinate che pongono le Isole Fortunate nelle Piccole Antille, Thule viene a trovarsi in Groenlandia.E come sappiamo ormai che storicamente, grazie alla Saga degli islandesi, un certo Gunnbjörn Ulfsson finito alla deriva, avvistò le coste dell’America settentrionale verso la fine del X secolo.Pitea,  tra i primi uomini del Mediterraneo a esplorare le Isole britanniche,  in epoca classica vide quello che l’islandese scoprì secoli dopo:

« Pitea parla anche di acque intorno Thule e di quei posti dove la terra, propriamente parlando, non esiste più, e neppure il mare o l’aria, ma un miscuglio di questi elementi, come un “polmone marino”, nel quale si dice che la terra e l’acqua e tutte le cose sono in sospensione come se questo qualcosa fosse un collegamento tra tutti questi elementi, sul quale fosse precluso il cammino o la navigazione. »                                                                                                                          Strabone

Pitea avendo visto la formazione della banchisa in prossimità del circolo polare artico,  afferma anche che Thule era un paese agricolo che produceva miele. La popolazione mangiava frutta e beveva latte, e fabbricando una bevanda fatta di grano e miele.  Specifica inoltre che erano presenti granai all’interno dei quali effettuavano la trebbiatura dei cereali, a differenza dell’Europa meridionale, dove la pratica era svolta all’aperto. Probabilmente le indiscrezioni sulle popolazioni di Thule fanno riferimento a quelle delle isole britanniche, ma le coordinate geografiche e la descrizione del mare ghiacciato, sono un forte indizio del fatto che Pitea si sia spinto molto a occidente, proprio come fece secoli dopo Gunnbjörn Ulfsson.In conclusione l’America dimenticata è un saggio davvero ricco di spunti per guardare con un punto di vista nuovo la storia e la dimensione geografica del mondo.

 

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